perché Venezia affonda? lo può risolvere la matematica?

da it.cultura.filosofia.moderato:

Il 15/11/19 08:46, Omega ha scritto:

> Perciò è vero che, come dice Lino, la matematica e la sua sorella

> geometria non dicono mai niente della realtà. Ciò che dicono è sempre

> soltanto nell’iperuranio, nell’universo ideale, a cui la realtà non

> corrisponde mai. Ma la mente ha questa capacità: quando inventa e

> immagina, inventa e immagina nell’iperuranio, come aveva capito Platone;

> ma Platone aveva anche capito che l’iperuranio è dentro di noi, infatti

> deve essere esercitato: «Non entri chi non conosce la Geometria».

>

> Un saluto

> Omega

Anzitto grazie di avermi citato, caro Maurizio.

E spero mi permetterete di meglio precisare il mio pensiero:

La realtà, secondo me, contiene una quantità di informazioni non limitata, ecco perché cerchiamo di farcene una “idea” che però è una “idea semplificata”.

Volendo citare le scritture (Vangelo di Giovanni, ultima cena), in merito al tema attuale, Cristo data questa informazione:

“.. molte cose avrei ancora da dirvi, ma per ora non ne siete capaci”.

La parola cum capere, sinonimo di comprendere, capire etc, riuscire a mettere in un recipiente che sia la nostra mente, ci pone un problema apparentemente insormontabile:

Siamo come chi perde la vista e si deve accontentare di andare a sbattere nei mobili al buio in una stanza.

Io dico che anche se avessimo la vista -però- non vedremmo la realtà, ma ne vedremmo la superficie, come diceva meglio di me Kant.

Quindi costruirsi dei modelli, appunto astratti, se sono matematici, o in scala _fisica_ (il cosidetto “modellino”, oppure al computer, etc) ad esempio di una diga, di un ponte, etc, è sempre una semplificazione.

Ed è anche una semplificazione pensare che una sedia che ci ha sempre sostenuto nel farci sedere .. ci possa fare sempre questo ufficio in eterno.

La materia .. “attraversa il tempo”, e anche se nel sistema non entrasse nessun altro ente ed evento, la materia -dicevo- cambia di suo, *diviene* in una mutagenesi.

Lo sforzo degli umani è di creare dei modelli “predittivi” e cioé di immaginare la evoluzione di un sistema fisico tramite un modello astratto.

Chi ha esperienza di insegnare ai bambini saprà che il modello ideale per un bambino -che cerca di capire- non è un modello complesso, ma della max semplicità.

Quindi abbiamo da imparare dalla matematica e dalla geometria che in greco sono dette techné, cioé “tecnica”, nel senso di modalità di approccio semplificato.

Il rigore matematico logico o geometrico non è nel raccontare la realtà di cui darebbero informazione zero, se confrontassimo i dati senza errore: poiché il modello fornisce sempre dati diversi dalla realtà.

Infatti un errore vi sarebbe sempre.

Ma il rigore scientifico è nella coerenza che, dalle ipotesi di fondazione, le conseguenze siano deducibili per forza di regole (ma in modo esatto solo nel modello).

In tal modo è implicito che si procede da un modello semplificato a un modello più complesso, composto -quindi- da altre sovrastrutture se vogliamo diminuire il margine di errore tra ciò che ci racconta il modello astratto .. e la realtà che il modello cerca di raccontare.

In questo sforzo di cercare una realtà intellettuale, e non solo emotiva, o empatica, c’è la scommessa degli intelletuali di provare un dialogo.

Un dialogo vero che non sia solo aperto a chi pensiamo che è concorde con il nostro modo di relazionarci, come per esempio è nel campo dell’esoterismo, o dello spiritismo, o dei riti iniziatici che partono dalla idea che solo i predestinati possono accedere alla conoscenza.

Con la scienza -invece- chi ama la scienza sbalordisce il mondo infrangendo la barriera de “il diritto a capire da pochi a tutti”.

La matematica nel porgerla come “una musica che significa” -in specie ai bambini- non diviene solo offerta per coloro che “sono portati per la matematica”, ma un canale espressivo verso tutti.

Mi è capitato quasi sempre di trovare che coloro che avevano problemi con la matematica, erano coloro che avevano avuto un trauma che dipendeva da chi la insegnava.

Recidere il come si passa dal modello astratto al caso indicato nella realtà, e insegnare ad esempio “i teoremi a memoria” .. e pretenderli a memoria .. è un trauma frequente se sono sganciati -i teoremi- dallo spiegare come si relazionano con la realtà.

L’ottimo è spiegare -storicamente- come sia possibile passare dall’esame delle cose reali a quelle astratte e, in quel caso, è come insegnare a suonare uno strumento musicale, anziché solo come si scrive musica in astratto.

Concludo con una breve osservazione che si riferisce alla deriva in cui siamo immersi:

La nostra società -e non solo Venezia- sta affondando, pensando che il singolo non può fare nulla per incidere sul futuro.

Osserviamo dal cellulare, dal pc, dalla tv, dai giornali, etc .. i conflitti sempre più ampi sul PIANETA, e pensiamo che possiamo solo stare a guardare, se apparteniamo al 99% della popolazione mondiale.

In realtà “stanno a guardare” anche coloro che si fanno spaccare la testa nelle manifestazioni a Hong Kong!

Infatti la “attività intellettuale”, secondo me, non è immergersi nelle dinamiche di massa.

Come si muove una mandria di buoi, (o una congerie di scimmie dopo che una grida con il grido che è vicino il leopardo), non è una dinamica intellettuale capace di costruirsi un modello della realtà ragionato.

Ieri su facebook ponevano questa domanda:

“Come si esce, secondo voi, dal LABIRINTO?”

Ho risposto: il labirinto non va necessariamente percorso, “il percorrere il labirinto” è ciò che vuole .. -> chi ci ha messo nel labirinto.

La soluzione più semplice è il filo di Arianna, che consente l’indagine e anche potere uscire da ciò che il labirinto potrebbe dirci sulla soluzione che indaghiamo sapendo tornare a spiegarlo agli umani.

La soluzione intellettuale è sapersi alzare sopra il labirinto senza necessità di percorrerlo.

Andare a indagare chi ha costruito il labirinto e per quale scopo.

Ecco perché i filosofi cercano la logica nella “collezione di tutte le collezioni” a cui Russell aveva rinunciato di indagare .. perché gli sembrava una impresa impossibile.

Tale indagine non è compito né della matematica e né della geometria, che partono già con l’handycap di studiare dal particolare all’universale.

In una organizzazione sociale che guarda solo il proprio ombelico .. “guardare solo se stessi” è il dramma, poiché ha già accettato -un tale società- che la unica regola della nostra società sarebbe la competizione e la crescita.

Perché il problema sarebbe che ci dovremmo salvare tutti(?) .. se ci viene insegnato a competere anziché cercare armonia?

L’essere umano si configura “se sceglie solo la competizione”, come la causa della distruzione di qualsiasi forma di vita, compresa la sua stessa vita, come singolo, e come possibilità di dialogo tra diversi .. e il problema sarebbe “l’odio”?

Ma l’*odio*, in una società in cui si insegna la competizione e niente altro come vincente, è solo una *diretta conseguenza* dello strutturalismo attuale del messaggio che quasi il 100% del messaggio mass mediale veicola, parlando come “archetipi salvifici” in

A) competizione

B) crescita ad libitum in un sistema a risorse limitate

Nel film Avengers (l’ultimo di titolo “Endgame”) Tanos, contrazione di Tanathos (istinto di morte) dice: “io sono ineluttabile”.

Il finale lieto è che “i buoni” riescono a sconfiggere Tanos (che quindi non è il diminutivo di Gaetano, come è detto nella pubblicità di un cellulare che lo indica “vedi questo è il guanto di Tano) ..

Non ci stiamo quindi domandando -come filosofi- come sconfiggere il meridionale brutto e che puzza che è Gaetano .. con la Lega che non è più nord .. e indicando “why not?” come messaggio vs *solo chi doveva capire* citando se fosse favorevole Salvini a Draghi a presidente della Repubblica ..

I filosofi -secondo me- anziché ritrarsi nel loro iperuranio di capacità di astrazione possono dare una “visione” (ben sopra il LABIRINTO) del *perché* la nostra civiltà -su tutto il PIANETA- affonda nella disperazione ..

Va fatta una scelta:

1) interessarci solo di noi stessi, senza dialogo, poiché ci porta solo via del tempo prezioso sottratto al nostro scalare la montagna del potere personale

OPPURE ..

2) dire in sincerità cosa avremmo da dire — ma stare attenti se gli altri sono in grado di capirci — se ne sono capaci di capirci.

Nel caso 2 non stiamo facendo un esercizio di narcisismo che allude “io sono troppo intelligente per dedicare tempo alla gleba, ai plebei, ai minus habens”(*)

(*)

poiché il mondo andrebbe non verso la globalizzazione, ma verso la ‘gleba_lizzazione’ che è il titolo dell’ultimo libro del filosofo Diego Fusaro, in uscita in questi giorni..

Nel caso 2 l’esercizio è “salvare tutta la nave che affonda”.

Una opera che sembra disperata ed impossibile, poiché singolarmente siamo troppo poca cosa per avere la impressione di potere incidere sul fiume de il tempo.

Forse sarà così: solo un tentativo senza speranza di riuscire.

“Guai a quel paese che abbia bisogno di eroi!” (diceva Bertolt Brecht).

Per intanto io inizio nel dire che la matematica e la geometria sono per tutti e non sono inutili .. ci danno poco per comprendere la realtà, ma non zero.

Infatti io sono un ottimista

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