Epistemologia a tempi della “commissione Segre” (studio)

fonte foto e articolo:
https://www.secoloditalia.it/2019/11/ipocriti-di-m-mi-fate-orrore-porro-scatenato-contro-i-finti-liberali-della-commissione-segre-video/

il video di Porro (su youtube):

da it.cultura.filosofia.moderato:
titolo originale:
Von Neumamm (x Lino Cibernetico)

prologo (scrive Lino Cibernetico):

Non so la motivazione per cui il seguente post sarebbe “fuori tema”.

Magari se qualcuno voglia dare una motivazione qui su it.cultura.filosofia .. sarebbe cosa a me gradita, visto che sto rispondendo -nel post censurato- a un invito rivolto a me già nel titolo e ad alcune questioni che attengono alla epistemologia e quindi ANCHE alla filosofia.

Ecco la risposta che ho ricevuto ai tempi odierni della “commissione Segre”.. che già Orwell aveva previsto nel suo romanzo 1984:

++
cit on
++
Re: Von Neumamm (x Lino Cibernetico)
Posta in arrivo
x

Moderazione ICFM <mod.idam@gmail.com>
9 nov 2019, 13:30 (20 ore fa)

a me

Il tuo articolo è fuori tema rispetto agli argomenti di cui questo
gruppo si occupa e non può quindi essere accettato.
Ricordiamo che il rifiuto degli articoli fuori tema è dovere dei
moderatori e mai polemica personale.

Lo staff di moderazione d’it.cultura.filosofia.moderato

++
off
++

Poiché sono ancora libero di postare in italia.cultura.filosofia ecco il testo che era stato CENSURATO, qui di seguito:

++

Il 08/11/19 14:54, furio.petrossi@gmail.com ha scritto:

Questo simpatico e disgraziato simbolo, l'”=”, comparso a metà del 1500 crea a volte più problemi di quanti ne risolva.
Sappiamo ad esempio che in matematica “si dice” che rappresenti una relazione di equivalenza, quindi riflessiva, simmetrica e transitiva, ma poi il simbolo viene usato, a volte, in contesti diversi, per cui senza conoscere il contesto non si capisce cosa significhi

A=A può essere semplicemente la scrittura della proprietà riflessiva, in tal caso non dice nulla di particolare, in quanto fa parte della definizione.

A=A può segnalare una identità, ma lo può segnalare anche A=B (guarda un po’, l’avevo chiamato B, ma adesso mi accordo che si tratta proprio di A!).

Spesso indica solo una equivalenza, ad esempio, tra segmenti distinti, a=b indica l’uguaglianza delle lunghezze nella geometria euclidea, non l’identità dei segmenti.
A=B tra insiemi indica che sono costituiti dagli stessi elementi, 3=4 nell’aritmetica indica una proposizione falsa, 1+1=2 indica spesso lo svolgimento di un calcolo secondo un certo algoritmo, f(x)=2x+1 o f(x)=g(x) indica la definizione di funzione, in cui il segno “=” non ha lo stesso significato, in genere, di f(x)=f(x), 2x+1=0 nell’abito delle equazioni indica la necessità di trovare il valore incognito che renda valida l’uguaglianza.

Lino Cibernetico:
>> Ad arrivare alla conclusione che avremo _sempre_ un gap tra la
>> matematica e la fisica.
>> Ed è utile approssimare ma non pensare che gli enti siano identici.

furio.petrossi@gmail.com
Insomma essere uguali non significa essere identici neppure in matematica.
Non significa spesso neppure che sono “indistinguibili”, se non si indica il procedimento che potrebbe distinguerli.

Ad esempio 2 e 1,999… rappresentano lo stesso numero (scritto in notazione decimale) secondo il procedimento della definizione di un numero reale come sezione del campo razionale, mentre 3/4 e 6/8 rappresentano lo stesso numero razionale ma diversamente da prima, in quanto il numero razionale è definito come una classe di equivalenza, quindi comprende entrambe le frazioni, se pur distinte tra loro.

In sintesi, la matematica ha sempre bisogno di una meta-matematica

Lino Cibernetico:
>> La matematica e il modello ed il grafico tridimensionale

furio.petrossi@gmail.com
Anche qui, il termine “modello” viene usato come lo usano i matematici o come lo usano i fisici (un caso specifico che rispetta le regole per i primi, una generalizzazione astratta per i secondi)?

Nel 1968, mio primo anno di Università, sentivo il mio Professore di Analisi I, Mario Dolcher, esprimersi così:
“Cogliamo l’occasione per far presente che nella Matematica l’uguaglianza va intesa, in linea di principio, come identità logica (principium individuationis): una cosa e uguale a se stessa e soltanto a se stessa. Il segno = viene dunque usato soltanto nel caso che l’ ente che compare a sinistra sia il medesimo di quello che compare a destra.
Naturalmente, mentre non c’e gusto a scrivere 16 = 16, può riuscire utile stabilire uguaglianze come 13 + 3 =16, oppure 2^4 =4^2 ossia, come ben si sa, l’uso del segno = è proficuo quando ciò che sta alla sua sinistra è, sì, la stesso di ciò che sta alla sua destra, ma vi è diversamente espresso. Non così nell’espressione comune: quando dico che due fiammiferi di una stessa scatola sono uguali, posso accenderne uno e non l’altro; quando dico che lo sono due molecole d’acqua, può ben avvenire che una io l’abbia bevuta oggi mentre l’altra sta piovendo in America. Anche nella Geometria elementare la nozione di uguaglianza (fra segmenti 0 figure) viene intesa, almeno nel tradizionale uso scolastico, in un senso diverso da quello di identità logica: i punti sono, secondo un tale modo di esprimersi, tutti uguali, anche quando uno sta dentro a un cerchio e un altro sta fuori e sono dunque da distinguersi come individui. Oggi pressoché tutti concordiamo sull’inopportunità dell’uso della parola uguale in tali casi.”

fp

Lino Cibernetico:

Anzitutto grazie di questo dotto intervento.

Tuttavia, sebbene sia vero che nella linguistica formale (Chomsky et altri) vi sia il problema di insegnare alle macchine come comportarsi per rispettare un insieme di regole, e quindi -in senso più completo una grammatica- segnalo che nel caso umano il meccanismo di uso di un linguaggio (come si accorse anche Chomsky) NON è la “tecnica” che è utilizzata per le macchine.

Parto dal segnalare ciò, perché capire bene che i meccanismi “rigidi” di interpretazione (ndr: consente di capire che tali meccanismi) sono distinguibili dalla epistemologia umana.

Provo a spiegare in modo elementare di come andò la storia di accorgersi di quello di cui ci stiamo interessando affinché chi ci legge -nel più grande numero- possa seguire il ragionamento:

Scoperti che furono i linguaggi formali, a mio parere per il contributo maggiore di Turing, si pose un problema:

Ok, chi uomo o automa seguisse queste “meccaniche” saprebbe sia generare e sia riconoscere se le “stringhe” sono “ben formate”, ossia rispettano un insieme di regole.

Ma come spiegarlo alle macchine?

Nel caso umano era chiaro che esisteva un “meta-linguaggio” per apprendere il linguaggio umano:

C’era un trasferimento di conoscenza “contestuale” e lo strumento principale era emozionale e di empatia.

La mamma nel gridare “cacca” al bambino che si è toccato il sedere e tende a mettere le mani in bocca .. propone una situazione di terrore .. con il suo viso con i suoi atteggiamenti .. e mostra una soluzione .. pulirsi e non mettere le mani sul viso o nella bocca introducendo al concetto di “contaminazione”.

Nel tempo tali concetti saranno approfonditi e perfezionati, ma ciascuno secondo percorsi personali.

Tanto è vero che coloro che provano a cibarsi di sterco pure esistono come perversione.

L’esame dei fatti brevemente esposti sopra -nella logica formale- introdussero ad un ulteriore problema:

ma se un linguaggio_formale_1 richiede un meta_linguaggio_di_definizione_del_linguaggio_1, sia meta1 (così evitiamo di usare il segno di uguale, nel dire “sia” al posto di =) ..

..allora ho solo spostato il problema!

poiché avrò sempre all’inizio della catena epistemologica un meta linguaggio e quindi qualcosa di non formale.

Come -allora- insegnare in modo “non equivoco” ad un automa?

La soluzione -naturalmente- esiste, ma è utile ricostruire come avvenne perché segnala la differenza tra matematica e fisica che stiamo esaminando.

Alla macchina “che sia a generare stringhe che a riconoscere stringhe” viene insegnato NON con i metalinguaggi, ma con le procedure.

Il concetto base è che serve un processo fisso poggiato sul tempo, come è un loop (finché la macchina è accesa). Nello stato base detto in genere “NO OP” (non operativo) la macchina attende degli input che riconosce essere avvenuti, tramite la comparazione tra gli input che generano lo stato non operativo e la abilitazione a fare altro a secondo di quale input ha ricevuto da cui si porta ad uno stato successivo, e quindi ad uno stato finale, di più stati finali, diversi per gli input e stati precedenti.

Quindi il computer più elementare è un timer (un orologio) e un comparatore.

Se la macchina va in uno stato finale, allora, si progetta che si abbia un output che segnali che tipo di percorso ha seguito, a causa della sua “storia” occorsa.

Personalmente ho associato a questa epistemologia il nome “epistematica“, poiché la macchina se non ha meccanismi flessibili (come apprendere dalle mosse dell’avversario nel gioco degli scacchi) ma rigidi .. non compie scelte “strategiche” secondo una strategia programmata o addirittura libera, nel senso di dipendente da ciò che ha imparato e che potrebbero anche essere scenari ignoti al programmatore .. ma -nella epistematica- secondo schemi rigidi, inevitabili, a meno che non si rompa la macchina.

Quindi direi la distanza tra la matematica e la fisica la stessa distanza tra la linguistica degli umani e delle macchine.

Nel caso umano Chomsky arriverà a dire che “gli umani sono in grado di esprimere regole non apprese dal contesto“.

Se ci si riflette è una definizione molto ambigua poiché vìola non solo il determinismo secondo la definizione di Laplace che “la soluzione di un sistema di equazioni che conosce lo stato di partenza sa il futuro” .. ma anche cosa ci sarebbe oltre la fisica.

Negli scorsi post ho provato a dimostrare che oltre la fisica c’è esattamente (come insiemistica) ciò che aveva già capito Aristotele, e cioé la metafisica.

In quanto la fisica si basa sull’indagine dei fatti “ripetibili”, e così pure la scienza, poiché la scienza non indaga solo i fatti della “natura” ma anche sulle macchine, e quindi i fatti “artificiali” quelli costruiti dalla mente umana, o degli animali che sanno costruirsi una “tecnologia” come anche solo sapere prendere un bastone come fanno le scimmie, oppure usare il loro corpo in modo che prima non era mai avvenuto nella loro specie.

Quindi la metafisica non ha bisogno di spiegare cosa sia.

TH:

Poiché, nella teoria degli insiemi, esiste la metafisica, se esistono enti ed eventi di cui si possa dire che non sono ripetibili.

Ed il TH qui sopra ..
“Come semplice enunciazione che esistono gli insiemi “complementari” a uno dato”.

(ndr: infatti se gli enti ed eventi di ci si occupa la fisica sono quelli “ripetibili” si crea la partizione complementare di quelli “irripetibili” nella metafisica).

In letteratura queste nozioni di base implicano la definizione di insieme universo, oppure anche detto insieme Omega.

La obiezione che alcuni fanno è che necessita conoscere -allora- Omega per potere costruire questa proposta epistemologica.

Ma ciò NON è necessario perché Omega è lo stato complementare a qualunque collezione, essendo “il tutto”.

Non è quindi uno stato definito top -> down, dal particolare all’universale come aveva cercato di fare Russell con la teoria delle classi.

Ma “il tutto” è uno stato ineluttabile, poiché non esistendo il nulla per semplice constatazione di stato relazionale “locale”, allora, “il tutto” non è un insieme vuoto.

Quindi una qualunque collezione si scelga, sia A, -allora- per costruzione crea uno stato complementare ad A, sia A’, e tale unione A U A’ = “il tutto” = Omega.

(ndr: andrebbe precisato meglio che “lo stato complementare”, A’, è “il tutto” meno la situazione a cui è complementare, ma a volte si dice “il tutto” intendendo “il tutto esterno all’insieme preso a riferimento per cercare la complementarietà. Vedremo meglio questi concetti nel seguito esaminando i “numeri naturali” detti N).

In questo uso, dire A U A’ = Omega, del termine “=” (uguale)

.. c’è il senso moderno dell’uso di “=”.

Il senso moderno associa “all’operatore” che sia “=” il significato che stiamo eseguendo a sinistra del segno delle operazioni (nella mia proposta la operazione di unione di due insiemi A ed A’).

E dice (implicitamente il segno di uguale) .. “se esegui quelle operazioni a sinistra troverai un risultato che potrai etichettare con il simbolo che trovi a destra di = “.

C’è quindi una *temporizzazione* che non è banale, poiché sta indicando che la parte sinistra e destra non sono subito la stessa cosa, ma c’è da attendere che il calcolo ci dia un risultato.

Tuttavia sorge un nuovo problema: un qualunque insieme di cardinalità infinita non cessa di essere una infinità se gli tolgo una parte che è la scelta di un insieme che mi è utile per introdurre il concetto di “complementarietà”.

Ad esempio i numeri naturali sono N={0,1,2,3,..)
(alcuni distinguono N con incluso o escluso lo zero)

ma la collezione N non cessa di essere infinita se considero “0” fuori dei numeri naturali.

Come posso -allora- definire (porre al finito) una collezione che sia “infinita” e cioé solo intuibile in estrapolazione e non documentata pedissequamente?

Devo ricorrere al concetto di induzione.

La induzione -normalmente- non è certa.

Ad esempio se io conosco un cavallo non è detto che sappia riconoscere tutti i cavalli.

Ma tale possibilità di equivoco è perché ho operato per la collezione
C = “sia etichettato ‘cavallo’ tramite le caratteristiche di riconoscibilità di un singolo cavallo conosciuto”

perché l’insieme complementare di C, sia C’, non investe “il tutto”, se esamina solo i possibili cavalli che non sano mai stati visti.

Da cui un altro animale simile al cavallo può creare equivoco di riconoscimento.

Ma quando nei diagrammi di Venn ciò che è esterno alla frontiera della singola collezione investe “il tutto” .. ciò non può lasciare che qualunque ente o evento scelto all’esterno di tale frontiera sia univoco: poiché il max cerchio, Omega, non ha altri maggiori essendo il maggiore.

Inoltre la comparazione sulla classificazione, quindi, non è eseguita sulla collezione aliena, ma sulla finita collezione nota, presa a riferimento, con cui si indaga lo spazio alieno.

Dunque “il tutto esiste” proprio perché non viene definito esplicitamente ma potenzialmente.

Non è noto specificamente a priori, ma è riconoscibile a posteriori della esperienza di avere comparato.

Del resto proprio perché questi problemi si sono presentati nella teoria della informazione in molti testi non si usa il segno “=” che indurrebbe che la parte a sinistra è la stessa a destra allo stesso istante di manifestazione!

e si usa scrivere che applicando un operatore, sia Op1, su una stringa, sia s1,

.. allora .. il risultato dell’azione dell’operatore Op1 su s1 è scritto come segue:

Ip1(s1) -> s2

quindi sostituendo all’uso di “=” la freccetta “->”.

Proprio ad indicare che deve essere svolta una elaborazione nel tempo e attendendo -quindi- un tempo di elaborazione affinché Op1 agisca su s1.

Si è capito che io ho studiato logica formale?

🙂

Ma vorrei concludere una una “barzelletta” che non è solo una barzelletta che mostra come noi andiamo per intuizione e spesso non dedichiamo tempo ad approfondire i concetti di base.

++

Ecco la barzelletta:
(E’ una storia vera a cui io ho assistito)

Esame di calcolatori elettronici all’università di Roma la Sapienza .. io prendevo appunti come ci era consentito per chi non avesse ancora sostenuto l’esame .. l’esaminato era un diversa da me .. persona, l’esaminato, di cui non rivelerò il nome, per tutelare la sua persona.

Chiede l’assistente, As, al candidato:

As: “senta .. mi sa dire cosa sia un numero?”

Candidato, sia Cand:

Cand: “un numero è quando ..”

As: “No, un un numero non è quando .. riprovi a formulare meglio ..”

Cand: “Professore io i numeri li so usare .. ma non saprei come definirli in generale”.

As: “ok, passiamo ad una altra domanda”.

[fine dell’esame]

As: “accetta il voto ?”

Cand: “ok, penso che sia un buon voto”.

.. attesa che sia verbalizzato l’esame, ma prima di andare via il candidato chiede:

Cand: “mi scusi mi è rimasto il dubbio su come avrei dovuto rispondere cosa sia un numero” ..

As: “il numero è una classe di equivalenza”.

Io annotai la risposta considerata corretta, ma non ero assolutamente convinto che fosse appropriata da un punto di vita di logica formale.

Andai quindi dal mio professore di analisi III (prof. Ossicini) e chiesi
se la risposta che avrei dato io fosse corretta.

Io avrei risposto:

“Un numero è rappresentabile come un operatore che agisce generando una classe di equivalenza“. (ndr: non quindi “il numero” una classe di equivalenza, ma la genera)

Dovendolo spiegare ad una macchina avrei dovuto programmarla con un software equivalente all’operatore che mi consenta di avere (per esempio) “3 mele da un cesto di mele”:

Con un software:
“Acquisisci mele e quando hai 3 mele ferma la acquisizione”.

Oppure acquisisci pere e quando hai 3 pere ferma la acquisizione.

Ergo a prescindere su quale tipologia operi (mele o pere, etc) l’operatore “3” è riconoscibile dal creare una classe di equivalenza:

Il cesto del risultato di applicare “3” mi da che le pere e le mele etc sono sempre della stessa “cardinalità” che è 3 volte il riconoscitore di una mela.

Da ciò discende inoltre che alle macchine si insegna che il + è un operatore algebrico, ma cosa esegue dipende da “come opera” poiché potrebbe essere sia una somma ma anche una diversa operazione, poiché nella epistematica non è direttamente il segno che dice la nostra storia o quello che devono fare le macchine, ma la associazione tra il segno ed il significato del segno.

Per la macchina è consultare le associazioni tra simboli e come agiscono i simboli detti operatori. Da ciò si parla di linguaggi di alto o basso livello se sono -rispettivamente- (i linguaggi) più vicini o più lontani dal “linguaggio macchina”.

Nel caso umano un segno “trattiene” ovvero ha molto del racconto del come è nato e come ha operato nei secoli, ma nel caso delle macchine non è così .. e quindi si deve riandare al concetto che Russell NON aveva capito:

E cioé che la max descrivibilità de “il tutto”, a cui Russell aveva rinunciato a formalizzare, non è indagabile con la teoria delle classi, ma con *la teoria degli insiemi*. In tale teoria è anche noto, “il tutto”, come lo studio della “collezione di tutte le collezioni”.

Infatti -con la max generalità- non sappiamo perché un insieme è collezione degli enti che lo costituiscono, mentre di una classe sappiamo che è una “classe quando è un insieme i cui elementi rispettano una o più regole”.

L’impianto però di etichettare le collezioni grazie a una o più regole è uno sforzo umano, mentre -in natura- ciò non avviene.

Le cose “sono quello che sono” grazie alla loro storia che in maggior parte noi non conosciamo, e tuttavia il fatto che noi non conosciamo tutte le ragioni de “il tutto” – ciò nonostante – “il tutto” è, oltre che manifestarsi -in parte- esistendo ..
etimo: da ex sistere, levarsi da, apparire.

Da cui l’uccello era nel canneto era anche prima di alzarsi in volo ..

Mentre la scuola di Copenaghen teorizza che “poiché noi cambiamo la realtà -osservandola- allora la realtà è solo dopo che noi l’abbiamo osservata!”

Quindi se è vero che il nostro osservare non può essere trascurato, è un delirio affermare che il reale è solo quando lo osserviamo ..

Tutto ciò, di cui sopra, ha completamente invalidato il concetto di “entanglement” quantistico, che secondo Copenaghen genera una configurazione incerta che diviene certa solo con il nostro osservare.
(La modalità di descrizione ufficiale: collasso del piano aleatorio nel momento della misura tra molti stati contemporaneamente esistenti probabilisticamente ad un solo stato al momento della misura).

E quindi che i computer quantistici avrebbero una supremazia su quelli deterministici.

Ma “se si va ad indagare” .. come sarebbe stata realizzata la supremazia della conoscenza aleatoria su quella deterministica (è apparso un articolo su Nature in questi giorni) si scopre che un sistema di sorgenti aleatorie (e cioé la criptazione quantistica di tipo entanglement) sa generare meglio le sorgenti aleatorie da un sistema deterministico.

Però non è stato realizzato un “calcolo” da una macchina codificata in modo entangled di tipo deterministico e comparativamente lo stesso oggetto su un computer ordinario (cioé deterministico).

Niente paura: altri soldi a studiare i computer quantistici.

Che -va detto- sono il futuro, ma solo per la criptazione che sarà usata nel futuro della moneta mondiale poiché finché non sapremo manipolare la sotto_quantizzazione non sarà una criptazione sniffabile, e quindi -fino a quel tempo- sicura.

Grazie del tema.

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