In principio era il LOGOS? [da it.cultura.filosofia: fisica e metafisica nello studio del reale]

da it cultura filosofia moderato (ngs):
Il 14/03/15 10:05, Massimo 456b ha scritto:
> in principio era il verbo….
> il logos secondo alcuni esegeti bibblici.
>
> Come interpretare filosoficamente?
> Per me è un rompicapo che entra
> in un loop.
>
> ciao
> Massimo

Andrebbe tradotto non il verbo, ma il logos.

Infatti se è vero che nel Cristianesimo il verbo è una delle tre persone con cui si manifesta il divino, e anzi il testo dica che non solo il verbo era presso Dio, ma era Dio stesso, se ne può avere un equivoco su cosa si intenda con Verbo, o Parola (secondo alcune traduzioni).

La cosa -invece- si chiarisce facilmente se si opta per logos.

Nel concetto di logos c’è il concetto di stato relazionale.

http://it.wikipedia.org/wiki/Logos

Il *tutto* viene inteso come cognito delle sue parti come un unicum in eterno divenire.

Anziché mettere a pietra di fondazione del reale il kaos, si mette la logica e il principio di causa ed effetto come spiegazione del reale.

La logica -in tal senso- diviene un epifenomeno del logos.

Ossia il tutto è relazionato e non frattura il concetto di reale “figlio dello status precedente”.

Ciò cozza con il concetto di libertà e di libero arbitrio tanto caro all’individualismo (e all’illuminismo) che teme un Dio arcigno (ed immaginato come ente terzo e separato dal reale) che abbia già previsto tutto e che osservi il reale come una telenovela che non si capisce perché la guardi .. visto che già conosce il finale (grazie alla omniscienza).

Una certa scuola di pensiero, allora, ed in specie nella scuola di Copenaghen, preferisce un motore che generi il reale -> “di tipo kaotico”, almeno per salvaguardare la dignità dell’atto umano non condizionato dalla onniscenza di Dio, e quindi un reale libero, in quanto non vittima del condizionamento, poiché il motore che genera sarebbe aleatorio, impredittibile.

Il logos -invece- è solo uno dei nomi de *il tutto* quando questo tutto è pensato non kaotico e folle, ma relazionato e dialogante tra le parti in base al concetto di causa ed effetto.

Vi è naturalmente il rischio di scivolare sulla scuola filosofica del perfetto determinismo di Laplace, laddove il futuro è perfettamente implicato dal passato e quindi ineluttabile e -infine- (anche qui) va a farsi benedire la dignità ipotetica (degna laddove vi fosse) de il libero arbitro nel decidere l’atto.

Per spiegare queste pieghe alla luce della logica non è facile la riflessione, e si deve affrontare il tema per esempio dal versante del “misterium iniquitatis”.

Del perché un Dio buono, ma terzo, permetterebbe il male, in ipotesi che si possa scegliere tra il bene ed il male.

Questa n-esima diatriba va risolta come un nodo gordiano rinunciando all’idea di un dio terzo.

E’ dura, ma si deve immaginare il divino come il max omega (il mega O, il max cerchio, il sistema isolato per eccellenza, poiché non vi è nulla fuori de il tutto), e quindi poiché “non vi è altri maggiori de il tutto” -> “se si accetta il divino anche nel reale”, il divino non è una parte che costringe il reale, ma è il reale solo un epifenomeno de il tutto.

Con un paradosso -allora- ecco sciolta la APORIA:

Perché se tutto è governato dalle relazioni tra gli enti noi, ed ogni ente, non può dire la sua?

Perché il nostro contributo dovrebbe essere zero?

Il nostro contributo, come atto poietico, non vale zero perché non è vera una regressione ad un principio che genere tutto e il tutto come un dòmino, poiché non vi è stato mai un principio (in senso proprio, ma solo in senso metaforico, in quanto il tutto è da sempre).

Il tutto potrebbe -infatti- esservi sempre stato da sempre e rimanere in eterna mutagenesi -> per sempre.

Egli, il tutto, è tutto ciò che -tra l’altro- si manifesta.

Egli, il tutto, è un sistema isolato per eccellenza, non essendo altri fuori di lui.

Egli, il tutto, mostra che nulla si crea e nulla si distrugge ma solo si trasforma, perché l’essere è il solo che è, ed il non essere non è.

Quindi va rivisto il concetto di “creazione”.

Non esiste un big bang che emerge violando il principio di causa ed effetto dal nulla.

Ma esiste ciò che è, almeno perché si mostra e sarebbe anche se non si mostrasse, perché essere ha significato diverso da ex sistere, levarsi da, apparire.

Esiste il concetto di generato e non creato della stessa sostanza del padre e tutto è per il principio di essere figlio del suo passato, in cui non siamo singolarmente proni alla volontà di tutti eccetto la nostra, ma anche figli di noi stessi, persone che hanno diritto alla loro aliquota di determinare il futuro cambiando il futuro in cui ci andremo ad infilare tra gli infiniti futuri tutti possibili .. al cambiare di ogni atto, anche svoltando a destra anziché a sinistra.

Cosa agisce allora- sul perfetto determinismo di Laplace a consentire che noi siamo o possiamo essere liberi?

Il fatto che possiamo amare la verità oppure respingerla come cosa che non è nel nostro inter esse.

La luce voleva risplendere anche nelle tenebre ma le tenebre vere non sono in grado di accoglierla per rendere verifica la propria natura di buio che potrebbe vedere il vero.

Non è un atto unico, nella autopoiesi di un anima, ma un processo graduale.

Ma dovremo decidere se amavamo la verità e constatare che quanto più l’amammo .. tanto più la verità ci fece liberi ..

Grazie del tema

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Una risposta a In principio era il LOGOS? [da it.cultura.filosofia: fisica e metafisica nello studio del reale]

  1. Giovanni ha detto:

    Perché confrontarsi e disputare chi ha ragione o torto..? Perché non si segue questo semplice comandamento: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti »   (Matteo 22,37-40)

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