COMPETITIVI .. i doni della morte? [PSICOLOGIA + TEORIA DEGLI INSIEMI: dagli ARCHETIPI di Potter alle aporie di Russell]

ANALISI di teoria generale dei modelli matematici,
con conseguenze sulla psicologia di massa:

SOLUZIONE DELLA APORIA DI RUSSELL su “La collezione di tutte le collezioni”, attualmente non ufficialmente ancora risolta nella “teoria generale degli insiemi”.

From: Lino Cibernetico 
Newsgroups: it.cultura.filosofia
Subject: Re: CI: La teoria neurale del tutto 
Date: Tue, 17 Jun 2014 12:17:34 +0200
Organization: Aioe.org NNTP Server

Il 17/06/14 02:33, Carlo Pierini ha scritto:
[…](nota bene: le citazioni alle domande di CP sono nel seguito)

(1)

Primo argomento: gli archetipi.

Naturalmente, come anche tu dici, vi è un legame tra significato nella esperienza personale e il concetto generale che si presenta nell’immagine universale dell’archetipo.

Chi rifiutasse questa ricerca si rifugia, in genere, in altri tipi di modalità di autorassicurazione: come il culto della scienza, o un hobby che lo assorbe, o nella cura del corpo in modo esasperato con la ginnastica, etc.

E’ il desiderio della significanza.

La nostra esperienza umana è platealmente troppo assurda sul profilo della materia che non sa dare spiegazione del come mai tende alla complessità anziché alla entropia in aumento, come in tutti i sistemi senza una cibernetica (abbandonati a se stessi, come una casa in rovina, perché senza manutenzione).

E questa assurdità crea un desiderio inaffondabile di cercare un metodo di ri-equilibrio che poi ciascuno dal suo particolare connette -a modo suo- con l’universale.

Questa modalità non tutti la coscienticizzano, spesso, quindi, non arriva allo stato della cognizione del perché lo stiamo facendo, cosa significherebbe per ciascuno di noi.

Anticamente, e ugualmente (in modo minore) in epoca recente: questa ricerca di senso era fatta con approccio magico.

Ossia si pensava che solo un iniziato potesse darci le risposte, che non potevano essere trovate cercando da soli.

Quindi si andava da chi prediceva il futuro, o coloro che sapevano evocare i morti, etc.

Ciò ha portato un fiorire di ciarlatani che speculavano a chiedere soldi su questi temi improvvisando imbrogli, come qualcuno di nascosto che rispondeva alle domande del medium, o dire corbellerie sul futuro di chi si facesse leggere il futuro dai tarocchi o dalle carte da gioco.

Io penso che si può esplorare “il tutto” partendo dallo studio del lato oscuro, ma non è stato il mio metodo. Esattamente per lo stesso approccio che io *non* ho studiato le patologie mentali con la classificazione (oggi in voga sia in psicologia che in psichiatria) nello studio della malattie mentali.

La classificazione, per puro esercizio di esplorazione, è venuta dopo.

Prima dovevo avere una nave e un timone che mi permettesse di andare sul mare dei pensieri, e sia quando il mare era agitato e anche quando il mare era calmo.

La nave, che è la nostra mente, ci porta dalla materia propriamente tale, [essendo collegata (la nave=mente) alla massa cerebrale su cui memorizziamo i pensieri e elaboriamo i pensieri pensati] & l’altra sfera: la metafisica .. il mondo dove si accede con il pensiero e che il pensiero osserva chiedendosi dove sono? .. non osservando puramente questioni materiali, ma pensieri, congetture, idee, eureka, cose che ancora non erano mai entrate nella storia del pensiero, come pure cose banali, che tipicamente sono il già noto.

Quindi c’è un rischio nell’uso della semeiotica, ambito più esteso del concetto di archetipo, questo ultimo una semplificazione della attività della mente di semplificare -appunto- il particolare in modelli “tipi-cizzati” e riassuntivi che aiutano la mente nella elaborazione dei “tipi”.

Il rischio è -con questo modo di fare- di credere che “la semplificazione sia la realtà!”, e -quindi- (la nostra percezine sia) la verità ultima.

Si rischia un effetto di allucinazione e/o di delirio, se ci si nutre della capacità di auto-allucinazione come se fosse la sola realtà desiderabile, e quindi si corre il rischio di entrare nel labirinto e non sapere come uscirne.

Ecco perché non sono cose da prendere alla leggera, pensando di avere trovato la chiave che apre tutte le porte, perché si rischia un gorgo che ci assorbe e ci estranea dalla capacità di vivere la vita ordinaria.

Le chiavi che troviamo sono *le nostre chiavi specifiche*. I collegamenti del nostro percorso tra il nostro cammino singolo e l’universale per come ciascuno di noi ha saputo connettersi.

Ha un significato di completamento con l’universale di tutti, ma non identico, perché ciascuno di noi è unico, irrinunciabile, irripetibile.

Quindi a me è successo di parlare di queste cose con maggiore dettaglio, anche solo per lettera, ma solo in privato, e esclusivamente per rapporto amicale, ma sarebbe stato impossibile entrare in certi dettagli come su una pubblica piazza (o sui gruppi di discussione).

(2)

Secondo argomento:

<>,

.. tuttora argomento non risolto della teoria degli insiemi ufficiale, come si può verificare sul link di wikipedia..

cit:
http://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_di_Russell

++
cit on
++
Conseguenze del paradosso di Russell[modifica | modifica sorgente]
Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, diversi matematici e filosofi avevano cominciato a interrogarsi sul problema dei “fondamenti della matematica”, cioè sulla definizione di basi precise in grado di fondare l’intero edificio concettuale della matematica. L’attenzione, che precedentemente era concentrata quasi esclusivamente sul contenuto dei giudizi matematici, si spostò in questo periodo sulla giustificazione dei giudizi stessi[10].
Le tre prospettive principali sul problema dei fondamenti furono quella logicista, quella intuizionista e quella formalista.
L’antinomia di Russell, oltre che mandare in crisi il Logicismo, generò problemi contro cui si scontrarono tutti gli studiosi di matematica suoi contemporanei, e che – nonostante diversi tentativi di trovare risposte al paradosso – rimasero insolubili sia per la teoria dei tipi elaborata da Russell insieme a Whitehead[11], sia per l’Intuizionismo di Luitzen Brouwer sia per il Formalismo di David Hilbert.
Fu il logico austriaco Kurt Gödel che, nel 1931, risolse definitivamente la questione dimostrando l’impossibilità tout court di produrre una fondazione certa dell’aritmetica. I suoi risultati sono enunciati da due teoremi di incompletezza[12].
Per quanto riguarda l’insiemistica, Le contraddizioni messe in luce dal paradosso di Russell sono insolubili nell’ambito della teoria di Cantor, se non generando altri paradossi; per superare questo scoglio furono elaborate diverse teorie assiomatiche più rigorose: quella che ebbe più seguito fu la teoria degli insiemi di Zermelo-Fraenkel, formulata inizialmente da Ernst Zermelo e perfezionata da Abraham Fraenkel e Thoralf Skolem che, con le successive estensioni (ad esempio, la teoria ZFC), fornisce tuttora la base teorica per la maggior parte delle costruzioni matematiche. La vecchia teoria degli insiemi (peraltro tuttora largamente utilizzata a livello scolastico e divulgativo) viene chiamata teoria intuitiva degli insiemi, in contrapposizione alla teoria assiomatica degli insiemi.
++
cit off
++

Nota Bene:
sto seguendo le tue domande.
Vuoi che le citi?

Ecco la tua domanda:
CP:
> …E sul tema della definizione/dimostrazione del Principio/Dio?
>
> Continuo a non capire perché tagli le osservazioni dell’interlocutore e non le commenti. Me lo puoi spiegare? Temi di apparire eccessivamente critico? …O cosa? Insomma, mi dai l’impressione che non abbia voglia di dialogare. E’ così?
>

Un breve commento al secondo argomento che stiamo trattando:

La aporia scoperta da Russell è vera e risiede nello strumento improprio di una maggiore tipicizzazione nella esplorazione dei concetti generali di “insieme”.

Lo “strumento improprio” è usare la teoria delle classi al posto della teoria degli insiemi.

Per evitare equivoci riformulo le due definizioni.

def.1
insieme

collezione di enti caratterizzati dal fatto di trovarsi nella stessa collezione senza altra regola che “essere nella stessa collezione”(*), oppure “con una regola esplicita applicabile in modo parziale e/o totale”.
(*)(si pensi ad una scatola che contenga enti, (enti:matita, mela, anello, acqua, etc) con la caratteristica di stare nella stessa scatola).

def. 2
classe (di equivalenza)

collezione di enti caratterizzati dal fatto di trovarsi nella stessa collezione NON senza regole, ma con una regola, a sua volta nella possibilità di essere “regola di regole”, eccettuato la regola di essere senza regole, che invece appartiene al concetto di “insieme” che vede elementi “insieme” anche senza che vi sia una logica (esplicita, che generi la collezione) del perché sono insieme.

Detto ciò si capisce che la definizione di insieme è più estesa di quella di classe.

Inoltre una classe può essere un insieme, ma un insieme non è detto che sia una classe, essendo la definizione di insieme estensiva di quella di classe.

Quindi la classe è un “sottoinsieme proprio” della definizione di insieme.

def. 3
C sottoinsieme proprio di I

Dicesi che C è sottoinsieme proprio di I quando gli elementi di C sono alcuni ma non tutti gli elementi di I.

Se I=C, allora I non si dirà insieme, ma classe, per evidenziare che gli elementi non sono semplicemente “insieme” -nella collezione- per caso, ma grazie ad una o più regole.
Quindi un insieme (come collezione di enti) è generabile da un “operatore di generazione della collezione” più potente di quello di classe.

Perché è servito questo apparato?

Per superare le aporie di Russell.

Russell e la moderna teoria degli insiemi, procede con una tipicizzazione potremmo dire archetipica, grazie al concetto di classe che ritiene più potente del concetto archetipico di insieme.

E’ il desiderio di tipicizzare -> “a priori” del sapere cosa posso mettere nel cappello che contiene la collezione.

Ma è un errore, poiché -come mostra Godel- non esiste un algoritmo di ottimo in grado di descrivere *il tutto* (simonimo di “la collezione di tutte le collezioni”) con minore quantità di informazione del tutto stesso!

Anzi Godel arriva al limite cognitivo di dire che su ciò un teorema non si potrà mai pronunciare se non su casi specifici.

Nei casi specifici, infatti, riesco a ottimizzare la quantità di informazione che mi serve per la condizione del teorema dell’Halt. Ma posso riuscirci per qualunque stringa di ingresso?

secondo Godel il problema è indecidibile.

E dice il vero, poiché la numerabilità del tutto non è una categorizzazione che si può fare al finito, dicendo che esiste (al finito) tale algoritmo, poiché la quantità di informazione de il tutto potrebbe essere il tutto stesso, e quindi che non sia semplificabile l’idea di DIO se non dalla conoscenza di DIO.

Concludo dicendo che però gli sviluppi finora esplicitati nella scienza della teoria degli insiemi risentono della ingenuità dell’uomo di sentirsi la max intelligenza in ciò che è.

Quindi rifiutare che vi sia una logica più estesa di quella che il singolo possa intuire.

E’ questa impostazione, mutatis mutandis, la posizione di Anselmo di Aosta .. che dice che Dio è perché qualcuno lo può pensare!
E’ la scuola di Copenaghen che teorizza che il reale non è deterministico, ma collassa sulla misura solo dopo che è misurato!

E’ la utopia che il tutto è solo quando la mente lo osservasse!

🙂

ah ah ah  ..

e quindi la specie umana continua a rotolarsi nel fango delle sue aporie che anzitutto sono un peccato di non essere abbastanza umili nel osservare *le asimmetrie del cosmos* e come ci parlino non di *caso*, ma di intelligenza!

I modelli caotici, o anche solo probabilistici, sono una osservazione utile se utilizziamo -per scarsità di info- la statistica e da questa passiamo alla teoria della probabilità, mettendoci magari in ipotesi assiomatiche per cui sarebbe il reale che dovrebbe rispettare le ipotesi del modello .. e non viceversa!

La mia impostazione, e ne è prova la mia dimostrazione de “la collezione di tute le collezioni”(*) funziona.
(*)
il link de “la collezione di tutte le collezioni”
http://www.psicoingegneria.it/docs/Noetica_&_Cybernetics_30-12-09-13-53.pdf

Non si ferma al paradosso di Russell, e dice che nel cappello io posso mettere -> *il tutto*, purché usi come criterio che ogni ente fa parte della collezione, e che la collezione è quindi un insieme non vuoto.

La mia impressione è che il genere umano non sia pronto a capire quello che è possibile capire dall’approccio che ho proposto, per ora.

Le persone preferiscono rimanere nella utopia che si possa capire Dio da una visione più estesa di quella di Dio (ad esempio nella impostazione di Kurt Godel: nella sua dimostrazione dell’esistenza di Dio, a partire da una “definizione” di cosa o che sarebbe Dio! .. formulazione ritrovata post mortem che ha come autore Godel, ma che Godel non ebbe mai il coraggio di pubblicare da vivo).

Si desidera (in genere) considerare Dio uno dei possibili enti, collezione (magari) di altri enti, ma non il max ente che racchiuda tutta la collezione degli enti.

Perché questo succede?

1) per la idea che il cervello umano tende ad andare in delirio di omnipotenza nel formulare una teoria e quindi non ammettere ipotesi di fondazione se non apodittiche, e ciò cura la nostra paura di non essere dio al posto di Dio.

2) perché ci si chiede, anche nelle persone più ben disposte: ma a che dovrebbe servirmi essere una persona umile?, che non dica una sparata e poi -solo dopo- verificare se non sto dicendo una cazzata?

Però i metodi dal particolare all’universale sono tipici nella informatica, ad esempio:

Si utilizzano per la ricerca del minimo o del max su una base di dati di valori acquisiti di cui non sia conveniente realizzare una forma di interpolazione tra punti con una funzione e della ricerca con le derivate nel continuo, per la mole improponibile di calcoli per la via classica.

Il modo classico (storico) è costruire una funzione in un intervallo con una quantità di punti limitata.

E poi cercare il max e minimo nel continuo.

Quando i dati sembrano caotici questo non è opportuno.

Conviene esplorare con passo variabile un intorno e fare un polling per incrementi di larghezza variabile, quindi si sta operando dal particolare al generale (o anche dicesi in bottom up).

Come abbiamo già esaminato nella precedente conversazione stiamo esplorando *nuovi metodi cognitivi*, non tanto per il fatto che esploriamo il bottom up, ma per il fatto che ci spogliamo di utilizzare solo la deduzione (cosa pure possibile localmente e con frutto su un ambito locale ben assestato dal punto di vista della esplorazione contestuale).

Naturalmente ciò ha ricadute in tutti i campi: vorrei solo citare la linguistica e il recente superamento (in questi giorni) del test di Turing: Il test di Turing era la possibilità per una intelligenza artificiale di non essere riconosciuta come artificiale se dall’altra parte vi fosse un umano che doveva esaminare le risposte e non sapeva se stava parlando con un umano o con una macchina.

Ora noi potremmo fare delle grammatiche artificiali per insegnare ad una macchina a parlare in inglese o in italiano, ma difficilmente riusciremmo a produrre stringhe che non si capisca che sono generate artificialmente.

C’è una eccezione: che insegnano alla macchina una serie di frasi fatte, uno slang, che vada per stereotipi, come è per certi politici che quando gli fai una domanda ti rispondono a cazzo recitando degli slogan anche poco attinenti con quello che gli avevi chiesto ..
La mente umana non esamina tanto la attinenza tra la domanda e la risposta, ma la risposta in se, la “frase fatta” (recitata a memoria!).

E c’è un modo facile di insegnare ad una macchina queste frasi fatte(*)  dire alla macchina di imparare dal linguaggio dell’interlocutore, noi che ci parliamo.
(*)
(come si vede anche con il film “terminator”: dice il bambino alla macchina .. devi dire “no es problema”! erano in Messico)

Quindi dal particolare all’universale, in bottom up!

E’ naturalmente una utopia di avere così costruito una macchina più intelligente di un uomo!

Chomsky ci dice che a lui risultano gli umani auto-poietici, mentre le macchine non c’è la auto poiesi (per ora, a meno che qualche deficiente non le renda autonome) ..

.. quindi “il linguaggio umano NON è emulabile in modo artificiale” in quanto l’uomo è un generatore di regole NON apprese! (secondo Chomsky).

Però se io sono in Irak, e mi voglio fare capire dalla popolazione dovrei mettermi davanti alla bocca un dispositivo che assorbe le mie frasi in italiano e/o in inglese ed estrae (in output: per chi ascolta) frasi in Iracheno!

E io voglio che la mia frase non sia esatta grammaticalmente (come max bene) ma che sia *comprensibile facilmente* dal mio interlocutore, e viceversa -per me- che dovrei capire l’iracheno.

Quindi il cambio di impostazione cognitiva gradualmente porterà il genere umano a essere un unico villaggio su tutto il pianeta e poi nella esplorazione del cosmos, sempre che non ci distruggiamo prima perché avevamo la utopia che necessitasse essere “COMPETITIVI” e quindi bastonare i deboli, anziché cercare di parlare riconoscendo dignità a tutti ..

Una tendenza al “lavaggio del cervello” dei mass media .. (quella che necessiti essere COMPETITIVI) che secondo me porta a picchiare i deboli, e in primis le donne e i bambini, e poi dopo avere accoltellato la moglie e due figli di cui uno di due anni (in questi giorni basta leggere la cronaca) .. ti porta a gioire di avere vinto la partita di calcio .. e andarti a fare una doccia .. dicendo che “sono stati i ladri” e magari tu stesso chiami la polizia pensando che sono tutti deficienti .. tranne te stesso! .. perché tu sei COMPETITIVO! .. sei dal generale al particolare .. sei Dio al posto di Dio!

cvd.

more info:

Vittorino Andreoli sulla strage di Motta Visconti: “Carlo Lissi non è matto. È incapace di gestire i sentimenti”

http://www.iodonna.it/attualita/primo-piano/2014/motta_visconti_vittorino_andreoli

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