La guerra dell’acqua: cosa succede in Palestina? [ la versione di Elias Akleh ]

DI ELIAS AKLEH

countercurrents.org

Il genocidio delle risorse idriche da parte d’Israele

L’acqua è una necessità per tutte le forme di vita. L’accesso all’acqua potabile è un presupposto essenziale per la possibilità di sopravvivenza di ogni comunità. I servizi igienico-sanitari, in particolare il trattamento delle acque reflue, sono altrettanto essenziali per la salute pubblica, per la difesa dell’ambiente e per le riserve idriche. Le leggi internazionali e le norme igienico-sanitarie universalmente accettate, sono state istituite per proteggere il diritto di accesso all’acqua potabile e per proteggere l’ambiente e il risparmio idrico. Nella Palestina occupata il governo israeliano sta violando tutti questi diritti, e ha trasformato l’acqua in un’arma di genocidio lento e graduale.

Molte città palestinesi in Cisgiordania e in particolare nella Striscia di Gaza devono affrontare la carenza cronica di acqua potabile. Le comunità rurali sono virtualmente prive di acqua e dipendono soprattutto dalle forniture assai costose delle cisterne d’acqua.

Nelle principali città i Palestinesi hanno accesso a una media di soli 70 litri d’acqua per persona al giorno per uso domestico e igiene personale, molto meno rispetto alla quantità minima raccomandata di 100 litri da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Nelle aree rurali i palestinesi sopravvivono con 20-30 litri di acqua per persona al giorno, mentre le limitrofe colonie illegali israeliane (insediamenti), costruite su terra palestinese sottratta, godono di illimitata e costante fornitura di acqua sia per uso personale che ricreativo (piscine, parchi e giardini). È stato stimato che il 44% dei bambini palestinesi nelle zone rurali soffrono di diarrea – la maggiore causa di morte dei bambini sotto i 5 anni nel mondo a causa della scarsa qualità dell’acqua e degli standard di igiene.

Secondo la UNHRC (L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati – n.d.t) “gli Insediamenti Israeliani beneficiano di acqua sufficiente per far funzionare le aziende agricole e i frutteti, per le piscine e i centri termali, mentre i palestinesi spesso hanno difficoltà ad accedere ai fabbisogni minimi di acqua. Alcuni insediamenti consumano circa 400 l/c/d (liter/capita/day – litri pro capite giornalieri – n.d.t), mentre il consumo palestinese è 73 l/c/d, e non più di 10-20 l/c/d per le comunità beduine che dipendono da acqua di cisterna costosa e di bassa qualità.”

Consapevoli della disastrosa situazione dell’acqua nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza, i paesi donatori hanno sostenuto gli sforzi dell’Autorità palestinese per sviluppare il settore idrico e igienico-sanitario, e hanno destinato fondi per la costruzione di bacini idrici, impianti di trattamento delle acque reflue, e per la riparazione e l’ampliamento delle reti idriche e fognarie. L’ Emergency Water Sanitation and Hygiene Group (EWASH – Gruppo per l’Emergenza Idrica Servizi Sanitari e Igiene n.d.t), una coalizione delle 30 principali agenzie umanitarie, ha lavorato con le autorità locali palestinesi per identificare e rispondere alle necessità di acqua, di servizi igienico-sanitari e alle esigenze igieniche delle comunità palestinesi.

In base alle leggi umanitarie internazionali le risorse idriche e i progetti, compreso il trattamento delle acque reflue e le infrastrutture igienico sanitarie (WASH – Water, Sanitation, Hygiene – Acqua, Servizi sanitari e Igiene n.d.t), sono considerate strutture civili essenziali per la sopravvivenza della popolazione, e per questo motivo sono protette dalla distruzione in qualsiasi contesto. Eppure il governo israeliano, con la sua lunga storia di violazioni di molte leggi internazionali, grazie alla collaborazione della sua società idrica nazionale Mekorot e della società agro-industriale israeliana Mehadrin, aveva adottato politiche discriminatorie sistematiche, gravi e dannose, per ostacolare l’accesso all’acqua ai palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, combinato con l’imponente furto delle risorse idriche.

Un rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHRC) afferma che le due società israeliane Mekorot e Mehadrin minano gravemente l’accesso dei palestinesi all’acqua, in particolare nella Valle occupata del Giordano, pompando l’acqua dei pozzi e delle sorgenti d’acqua palestinesi verso le colonie illegali israeliane (insediamenti) in Cisgiordania. L’acqua palestinese è stata rubata e convogliata in Israele a costo zero. Una frazione di essa viene poi convogliata indietro e venduta alle città palestinesi. In questo modo Israele sta rubando ai palestinesi sia la loro acqua che il loro denaro.

Nell’accordo di Oslo II fu istituito un Comitato misto israelo-palestinese (il JWC – Joint Water Committee) per la gestione delle risorse idriche e degli impianti di trattamento delle acque reflue. Il governo israeliano esercita un potere simile a quello di veto all’interno del JWC e, attraverso la lentezza della burocrazia, blocca la maggior parte delle licenze e i permessi per i nuovi impianti idrici in Cisgiordania, ponendo come condizione la reciproca approvazione da parte dei palestinesi dei progetti nelle colonie illegali (insediamenti); un accordo che l’Autorità palestinese rifiuta per paura di legittimare queste colonie.

La capacità dell’Autorità palestinese di sviluppare il suo settore WASH per far fronte alle priorità nazionali, è stata fortemente limitata dalle politiche israeliane. I palestinesi non sono stati in grado di costruire le infrastrutture dei servizi idrici necessarie su larga scala per garantire acqua e servizi igienico-sanitari alla popolazione. Tra il 1995 e il 2011 l’Autorità palestinese ha presentato 30 proposte relative ai progetti degli impianti per il trattamento delle acque reflue al JWC per l’approvazione. Solo quattro di queste, relative a riparazioni minori, sono state accettate. Sempre nel 2011, l’Autorità palestinese ha presentato 38 progetti per rimettere in funzione i pozzi d’acqua ad uso agricolo, ma il JWC ha approvato solo tre di essi.

A causa delle artificiose carenze di acqua imposte da Israele e della mancanza di impianti di trattamento delle acque reflue e delle reti fognarie, la maggioranza dei palestinesi ha dovuto ricorrere alla vecchia pratica di costruire pozzi d’acqua privati, pozzi neri e fosse settiche. Nelle aree rurali i palestinesi dipendono dalle vasche di raccolta d’acqua piovana, dalle cisterne e dai serbatoi d’acqua. Ciò aumenta i timori per la salute pubblica e per i danni all’ambiente.

Oltre ai tempi prolungati della burocrazia israeliana e al libero furto dell’acqua palestinese, il governo israeliano ha adottato ed attuato politiche e pratiche immorali e illegali, con l’obiettivo di distruggere le risorse idriche palestinesi e di contaminare i loro terreni agricoli per stimolare l’auto-evacuazione dei palestinesi da una zona ambita e la diffusione di una malattia mortale tra i loro bambini cagionevoli. L’esercito terrorista israeliano svolge ordinariamente quelli che vengono chiamati ordini di demolizione di cisterne comunali e pozzi d’acqua in terreni agricoli privati a causa di una presunta mancanza di autorizzazione. Molte di queste cisterne e pozzi sono vecchie di centinaia di anni; più vecchie dello stesso stato illegale di Israele. Gli ordini di demolizione includono anche le infrastrutture WASH e i serbatoi d’acqua forniti alle aree rurali palestinesi, e anche i serbatoi di acqua trainati da animali e da trattori. Solo nel 2011 l’esercito israeliano aveva demolito 89 strutture WASH in Cisgiordania, tra cui 21 pozzi, 34 cisterne e molti piccoli serbatoi fissi dati alle famiglie rurali, soprattutto quelle nella Valle del Giordano. Tale demolizione comprendeva anche la distruzione degli orti e la distruzione delle stalle e delle baracche degli animali. Questa devastazione viola l’articolo 53 della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta la distruzione di proprietà privata o pubblica, ed è una chiara violazione del diritto all’acqua, una componente del diritto ad un adeguato standard di vita, tutelato dall’articolo 11 della Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali.

Il governo israeliano utilizza questa negazione dell’accesso all’acqua per innescare gli spostamenti delle persone, soprattutto nelle zone che fanno parte del programma per l’espansione coloniale, in particolare per il fatto che queste comunità sono composte per lo più da agricoltori, che dipendono dall’acqua per il loro sostentamento. L’interruzione della fornitura alle comunità palestinesi delle loro risorse idriche, di solito precede l’esproprio di terreni per nuovi progetti coloniali.

Il muro di separazione/apartheid di 700 km costruito da Israele, in costruzione dal 2002, è stato deliberatamente deviato attraverso la Cisgiordania per includere, nella parte israeliana, il ricco e fertile terreno agricolo palestinese con grandi falde acquifere sotterranee, in particolare all’interno delle provincie di Jenin, Qalqilya e Tulkarem. Il muro ha ulteriormente ridotto l’accesso dei palestinesi all’acqua e ha portato alla perdita di accesso a 49 pozzi d’acqua e serbatoi sia ad uso agricolo che ad uso domestico.

Nella assediata Striscia di Gaza, le risorse idriche e gli impianti di trattamento dell’acqua sembrano essere uno dei principali obiettivi dei raid aerei israeliani e delle incursioni terrestri. Le Stazioni di pompaggio delle acque reflue, gli impianti di trattamento delle acque reflue, i serbatoi d’acqua delle principali città e le cisterne agricole, molti dei quali risalgono a prima dell’istituzione dell’illegale stato d’Israele, hanno sopportato il bombardamento diretto da parte di aerei da guerra israeliani. Dal 2005 le incursioni militari israeliane hanno intenzionalmente distrutto almeno 300 pozzi agricoli situati nella zona cuscinetto designata da Israele.

Decine di pozzi, cisterne di raccolta dell’acqua piovana, serbatoi d’acqua sul tetto, e molti chilometri di tubazioni principali dell’acqua e altre reti di irrigazione agricola, sono state deliberatamente prese di mira e distrutte dalle forze israeliane durante le loro operazioni militari. Durante il 2008/09, l’operazione offensiva denominata “Piombo fuso” contro Gaza, i raid aerei israeliani, le artiglierie e i carri armati militari puntavano alle risorse idriche vitali di Gaza, alle stazioni di pompaggio, agli impianti di trattamento delle acque reflue e agli impianti di depurazione, provocando danni per un valore di 6 milioni di dollari.

La situazione a Gaza è particolarmente terribile. I palestinesi si basano interamente sulla falda acquifera quasi esaurita, contaminata da acqua salata e dalle acque reflue inquinate, la cui acqua è inadatta al consumo umano. L’illegale e disumano assedio imposto da Israele limita l’importazione di molti beni essenziali, tra cui il combustibile necessario per il funzionamento dell’unica centrale elettrica di Gaza. Senza energia elettrica, gli impianti di trattamento delle acque reflue e le pompe d’acqua in buono stato non possono funzionare, con il conseguente inquinamento prodotto dalle acque reflue. Si stima che 89 milioni di litri di liquami scorrano ogni giorno nel Mar Mediterraneo ad aumentare il livello di nitrati in acqua, fino a sei volte superiore ai limiti dell’OMS di 50 mg/l. Questo contamina anche il pesce da cui molti palestinesi a Gaza dipendono come principale prodotto alimentare.

Fino al 95% dell’acqua estratta dalla falda costiera di Gaza non è adatta per il consumo umano a causa di uno sfruttamento eccessivo e alla contaminazione delle acque reflue. Molte famiglie dipendono dall’acqua di cisterna. Purtroppo anche quest’acqua, è risultata essere gravemente contaminata da batteri. Secondo l’UNRWA (l’ Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione – n.d.t), diarrea ed epatite virale sono le principali cause di morbosità nella popolazione dei rifugiati della Striscia di Gaza.

Il danno peggiore alle risorse idriche palestinesi, ai loro terreni agricoli, e all’ambiente, è causato dagli estremisti religiosi occupanti (coloni) armati fino ai denti. Guidati dalla loro religione di suprematismo razzista e senza ostacoli, bensì con il tacito incoraggiamento e la protezione del governo israeliano e dell’esercito, questi fanatici israeliani occupano illegalmente e con la forza le cime delle colline dei terreni agricoli palestinesi, vi costruiscono le loro colonie illegali, e iniziano ad attaccare le comunità palestinesi limitrofe. Oltre ad attaccare le case palestinesi, incendiando i loro raccolti e le stalle degli animali, confiscano le sorgenti d’acqua, avvelenano i pozzi d’acqua palestinesi con sostanze chimiche, li inquinano con i pannolini sporchi, con le proprie feci o con i polli morti, e rovesciano e sparano sui serbatoi d’acqua sul tetto.

Tali colonizzatori fanatici sono i maggiori produttori pro capite di acque reflue in Cisgiordania, e scaricano grandi quantità di acque reflue direttamente nell’ambiente, contaminando il terreno agricolo adiacente e i corsi d’acqua ad uso agricolo. Costruendo casualmente le loro colonie sulle cime delle colline, senza fognature e impianti di trattamento delle acque reflue, tali coloni estremisti scaricano le loro acque reflue e i liquami giù per la collina verso le comunità palestinesi e i terreni agricoli, causando gravi danni ecologici e la contaminazione dei prodotti alimentari agricoli palestinesi, aumentando così il contagio delle malattie.

Come riportato dalle Nazioni Unite nel marzo 2012, un altro grave pericolo per i palestinesi deriva dal sequestro delle sorgenti con l’uso della forza da parte dei coloni. Il rapporto afferma: “I palestinesi hanno progressivamente perso l’accesso alle fonti d’acqua in Cisgiordania a seguito dell’appropriazione delle sorgenti da parte dei coloni israeliani, che hanno usato minacce, intimidazioni e recinzioni per garantirsi il controllo dei punti di distribuzione dell’acqua vicino agli insediamenti.”

L’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA), ha esaminato 50 sorgenti in territorio palestinese vicino agli insediamenti israeliani e ha rilevato che: “In 22 delle sorgenti d’acqua, i palestinesi sono stati scoraggiati ad accedere alle sorgenti per via degli atti intimidatori, delle minacce e delle violenze perpetrati dai coloni israeliani, mentre nelle otto sorgenti sotto il pieno controllo dei coloni, l’accesso dei palestinesi è stato impedito da ostacoli fisici, tra cui la recinzione dell’area della sorgente, e la sua ‘annessione de facto’ all’insediamento”.

Israele sta deliberatamente e arrogantemente violando numerose leggi internazionali ed è uno stato che ha sottoscritto, in particolare, il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR), il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (CRC), la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), la Quarta Convenzione di Ginevra e il suo protocollo aggiuntivo relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati e molti dei regolamenti dell’Aja.

La violazione di Israele di tutte queste leggi internazionali, accompagnata dalle sue politiche e dalle sue pratiche immorali per privare l’intera popolazione palestinese dei loro diritti di accesso alla necessaria acqua potabile, è considerato un crimine di genocidio, un crimine per il quale Israele (gli Ebrei) è molto famoso.

Elias Akleh

Fonte: http://www.countercurrents.org

Link: http://www.countercurrents.org/akleh190514.htm

19.05.2014

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di MATTEO SANTELLI

fonte come don Chisciotte:
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?

 

Ivano Fossati “la guerra dell’acqua”

Sulla deviazione del fiume Giordano e il prelevamento con Dighe che ne prosciugano il corso:

“L’acqua in Israele” di Gabriele Fiorentino

http://www.ugei.it/lacqua-in-israele

L’acqua costituisce per Israele un problema sia interno che geopolitico. Schematicamente, i problemi che si trova ad affrontare sono tre: il sovra-sfruttamento delle risorse idriche, la condivisione delle stesse con i vicini e l’aumento dell’inquinamento idrico.

Sovra-sfruttamento delle risorse idriche

Il livello di un acquifero è costante se il volume di acqua prelevato è uguale al volume di acqua che ricarica l’acquifero. Questo volume è chiaramente legato alle precipitazioni, che come è noto sono assai scarse nella regione. Inoltre si iniziano a sentire gli effetti dei cambiamenti climatici globali, con una notevole riduzione delle piogge.

Il volume di acqua prelevato è stato in media sempre superiore a quello di ricarica, dunque il livello degli acquiferi si è abbassato molto. Questo processo non solo non si è fermato, ma continua ad aumentare ancora oggi a causa della crescita della domanda d’acqua. Si calcola che questa sia cresciuta di circa 40 milioni di metri cubi all’anno.

Gli effetti di questo sovra-sfruttamento sono i seguenti:

a)                  Quando si abbassa il livello dell’acqua ci sono delle forti infiltrazioni di acqua salmastra che si mescola con l’acqua dolce, riducendo così la disponibilità di acqua potabile. Ad esempio, circa il 20% dell’acquifero costiero non può essere utilizzato per questo motivo.

b)                 Il volume d’acqua totale disponibile si è ridotto a causa dell’abbassamento del livello dei tre maggiori acquiferi: l’acquifero costiero, il montano ed il lago Kinneret.

c)                  L’aumento della salinità dell’acqua produce gravi danni al terreno agricolo, riducendo i raccolti.

E’ di pochi mesi fa una notizia prevedibile ma molto grave, che non fa che confermare quanto finora detto. Secondo un rapporto presentato ad un convegno organizzato dall’associazione ambientalista FoEME (Friends of Earth Middle East), una ONG con sede a Londra, il basso corso del fiume Giordano (ovvero il tratto a sud del Kinneret) rischia di prosciugarsi entro il 2011 con conseguenze catastrofiche per tutto il Medio Oriente.

Nel corso del tempo, infatti, più del 98% dell’acqua del fiume è stato deviato da Israele, dalla Siria e dalla Giordania per usi nazionali grazie ad una diga posta circa due chilometri a sud del Kinneret. Appena a sud della diga, a causa della gran quantità di acqua prelevata, il flusso rimanente è composto da acque reflue (gli scarichi delle fognature), dilavamento di origine agricola e acque saline.

La condizione del fiume inoltre è aggravata dalle infiltrazioni di acqua salmastra che si riversa nel Giordano. Un portavoce della ONG ha riferito: “Un recente studio rivela che abbiamo perso almeno il 50 per cento della biodiversità dentro e intorno al fiume a causa della deviazione quasi totale di acqua dolce, e che sono necessari circa 400 milioni di metri cubi di acqua per riportare il fiume in vita “.

Il rapporto offre anche la soluzione al problema, che è abbastanza ovvia: Israele, la Siria e la Giordania dovrebbero smettere di deviare così tanta acqua, permettendo così che il fiume torni ad essere un vero corso d’acqua anche a valle della diga.

Al convegno, oltre a circa 200 esperti giordani, israeliani e palestinesi hanno partecipato anche molti rappresentanti istituzionali di Israele e Giordania e diversi osservatori stranieri. Molte associazioni palestinesi e giordane hanno invece invitato a boicottare la riunione.

Israele e i suoi vicini

 

Israele deve dividere le risorse idriche con i suoi vicini. Il caso del fiume Giordano, diviso tra Israele, Siria e Giordania, è emblematico.

Israele occupa il Golan, una regione scarsamente abitata, dal 1967. Per questo motivo è da anni in corso una disputa con la Siria, che avrebbe di nuovo accesso all’acqua del lago Kinneret se si tornasse ai confini del ’67, riducendo così la quantità d’acqua disponibile per Israele.

Con il regno di Giordania invece c’è un accordo che sta funzionando ancora meglio del previsto: Israele ha deciso di fornire a questo stato 20 milioni di metri cubi d’acqua in più di quanto stipulato nell’accordo, poichè la scarsità d’acqua in Giordania è molto maggiore che in Israele.

Con i palestinesi la situazione è chiaramente più complicata. Israele e l’ANP dividono due risorse idriche principali: la prima è l’acquifero montano, un sistema che si estende per 130 km da nord a sud e per 35 km da est a ovest. La seconda risorsa, secondo gli accordi internazionali, è il bacino del fiume Giordano, comprendente anche il Kinneret, ma i palestinesi non ricevono acqua da questa risorsa idrica.

Nel maggio 2009 la Banca Mondiale ha pubblicato il suo primo rapporto sullo sviluppo del settore idrico palestinese. Secondo il rapporto, uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico palestinese è il limitato accesso alle risorse naturali. I provvedimenti anti-terrorismo del governo israeliano hanno imposto forti limitazioni nei movimenti dei palestinesi, peggiorando l’accesso alle risorse idriche e lo sviluppo delle infrastrutture necessarie all’approvvigionamento.

Le norme che regolano l’allocazione dell’acqua sono state stabilite dagli accordi di Oslo II del 1995 e sono tuttora valide. In quell’occasione Israele aveva riconosciuto i diritti idrici dei palestinesi. Le regole prevedevano un utilizzo equo delle risorse idriche tra le due comunità, ma l’ANP non dispone delle tecnologie adatte nel campo delle infrastrutture idriche e non ha i fondi per finanziarle, dunque Israele continua a prelevare una quantità d’acqua eccessiva rispetto a quella sancita dall’accordo, e per assurdo i palestinesi sono costretti a comprare l’acqua da Mekorot, la principale azienda idrica israeliana.

Un’altra causa della scarsità d’acqua sono le pessime infrastrutture presenti sul territorio palestinese, in parte ottenute da Israele con gli accordi di Oslo. Queste sono state in parte riparate, ma il 40% dell’acqua che transita per gli acquedotti viene perduta per infiltrazione nel terreno. A questo si aggiunge, in molte zone della West Bank, il furto d’acqua da parte dei contadini palestinesi, che si connettono illegalmente alla rete idrica di Mekorot.

La scarsità d’acqua nella West Bank non ha solo ripercussioni nel settore agricolo, ma crea problemi socio- economici e sanitari.

La situazione non è affatto buona, ma potrebbe migliorare presto: nel suo discorso al “Manitoba Israel Water Experts Symposium” (MIWES) del gennaio 2010 il professor Uri Shamir della facoltà di ingegneria civile e ambientale del Technion di Haifa ha dichiarato che Israele si sente responsabile nei confronti della popolazione palestinese e per questo motivo Israele, sotto la supervisione degli organismi internazionali, ha iniziato a costruire uno stabilimento di desalinizzazione vicino Hadera, che fornirà 50 milioni di metri cubi d’acqua all’anno che andranno direttamente alla West Bank.

L’Autorità Palestinese per l’Acqua (PWA) ha però dichiarato che i palestinesi non sarebbero disposti ad acquistare quest’acqua, che verrebbe venduta ad un prezzo a loro parere troppo alto e proverrebbe dal Mediterraneo e dal fiume Giordano, sapendo che di fatto quest’acqua gli appartiene ma è per loro inaccessibile. Ha invece chiesto ad Israele un nuovo accordo per lo sfruttamento da parte palestinese dell’acquifero montano.

Anche su questo fronte, dunque, la via per la pace è ancora lunga, ma la disponibilità di entrambe le parti a concludere degli accordi fa comunque ben sperare.

Inquinamento delle acque e depurazione

Durante il MIWES, diversi esperti ed autorità competenti in materia hanno esposto le loro idee riguardo alla crisi dell’acqua in Israele.

Secondo il Ministero dell’Agricoltura negli ultimi anni le tecnologie che rendono possibile “riciclare” l’acqua inquinata hanno fatto grandi progressi, ed il prezzo dell’acqua “riciclata” è diventato conveniente. Di conseguenza un gran numero di agricoltori ha iniziato ad usarla, anche perché la disponibilità di acqua “naturale” è sempre più scarsa. Da quando si è iniziato ad usare quest’acqua è stato registrato un aumento della produzione agricola, a dimostrazione che questa è una tecnologia efficace a combattere la crisi idrica. Uno dei maggiori vantaggi dell’acqua riciclata è che essa è disponibile per tutto l’anno in quantità regolari. Infatti una volta uscita dall’impianto di depurazione questa viene stoccata in centinaia di serbatoi e cisterne, in modo da non sprecarne nemmeno una goccia.

La tecnologia con cui avviene il processo di depurazione fa sì che la qualità dell’acqua depurata sia migliore, almeno in termini di salinità, di quella estratta dal lago Kinneret.

Il 50% dell’acqua usata per l’irrigazione in Israele è acqua “riciclata” (la percentuale più alta nel mondo), ma la situazione impone che si debbano fare ancora grandi sforzi per promuovere la depurazione ed il riciclaggio dell’acqua inquinata. Quando tutti gli impianti di depurazione previsti saranno completati, nel 2013, il settore agricolo riceverà 300 milioni di metri cubi 3 in più all’anno, una quantità maggiore dell’acqua fornita dal Kinneret.

La tecnologia dei sistemi di depurazione sta facendo passi da gigante, e si prevede che entro la fine del decennio sarà possibile ottenere acqua del tutto simile a quella potabile.

Più pessimista è stato il professor Uri Shani, facente parte dell’Autorità Israeliana per l’Acqua. Nel suo discorso al MIWES ha presentato una stima più pessimistica della situazione futura in base ad un modello matematico di previsione sviluppato in Giappone.

Egli ha dichiarato che le quantità di acqua presente negli acquiferi negli ultimi anni è stata minore di quella attesa. Inoltre le previsioni per il clima nei prossimi anni dicono che il Medio Oriente diventerà ancora più arido, mentre è previsto un incremento delle precipitazioni nell’Europa Settentrionale e nelle regioni tropicali dell’Africa.

Nonostante tutto però si sta avendo una grande accelerazione nei progetti di desalinizzazione dell’acqua, e nel mondo scientifico si spera che in un futuro non troppo lontano Israele possa non dipendere interamente dalla natura per il suo approvvigionamento d’acqua. Il consumo d’acqua per usi non agricoli è di circa 800 milioni di metri cubi all’anno ed entro il 2013 Israele sarà in grado di depurarne 600 milioni. Questo sarà un traguardo molto importante, anche se il costo dell’acqua sarà più alto a causa dei costi di produzione.

Ma l’idea stessa di acqua potabile è destinata a cambiare per gli israeliani: la salinità del Kinneret ha raggiunto livelli molto alti, pari a 300 unità per metro cubo, ed il prezzo di un metro cubo d’acqua da esso proveniente è praticamente lo stesso di uno di acqua desalinizzata, che ha un livello particolarmente basso di salinità. Questo fa pensare ad un necessario cambio di strategia nell’amministrazione dell’acqua in Israele. L’acqua depurata o riciclata è relativamente costosa, ma se il suo prezzo è simile a quello dell’acqua naturale prelevata dal Kinneret, allora forse si potrebbe utilizzare quest’acqua non solo per usi agricoli, ma anche per uso domestico.

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