Colpo di Stato ADESSO in Italia? [inchiesta – fonti]

Per vedere se la “questione aerei F35” e competenze del “Consiglio Supremo di Difesa” sia nell’ambito di ciò che prevede la Costituzione Italiana e le leggi della Repubblica .. andiamo a verificare ..

Secondo l’articolo 1 della Costituzione Italiana:
Art. 1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Fonte n.1 :
http://www.governo.it/Governo/Costituzione/principi.html

I compiti del Presidente della Repubblica, in tempo di PACE/guerra, sono i seguenti:

#1.cit on

TITOLO II
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Art. 83

Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri.

All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle d’Aosta ha un solo delegato.

L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi della assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta.

Art. 84

Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni di età e goda dei diritti civili e politici.

L’ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica.

L’assegno e la dotazione del Presidente sono determinati per legge.

Art. 85

Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni.

Trenta giorni prima che scada il termine, il Presidente della Camera dei deputati convoca in seduta comune il Parlamento e i delegati regionali, per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.

Se le Camere sono sciolte, o manca meno di tre mesi alla loro cessazione, la elezione ha luogo entro quindici giorni dalla riunione delle Camere nuove. Nel frattempo sono prorogati i poteri del Presidente in carica.

Art. 86

Le funzioni del Presidente della Repubblica, in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente del Senato.

In caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indice la elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro quindici giorni, salvo il maggior termine previsto se le Camere sono sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione.

Art. 87

Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.

  • Può inviare messaggi alle Camere.

  • Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione.

  • Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo.

  • Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti.

  • Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione.

  • Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato.

  • Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere.

  • Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio Supremo di Difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.

  • Presiede il Consiglio superiore della magistratura.

  • Può concedere grazia e commutare le pene.

  • Conferisce le onorificenze della Repubblica.

Art. 88

Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.

Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura. (*) 

NOTE:
(*) Il secondo comma dell’art. 88 è stato sostituito dall’art. 1 della legge costituzionale 4 novembre 1991, n. 1.
Il testo originario del comma era il seguente:
«Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato.»

Art. 89

Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità.

Gli atti che hanno valore legislativo e gli altri indicati dalla legge sono controfirmati anche dal Presidente del Consiglio dei ministri.

Art. 90

Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.

In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.

Art. 91

Il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune.

#1.cit off

fonte n. 2:
http://www.quirinale.it/qrnw/statico/costituzione/costituzione.htm#P2T2

Uno studio più esplicito è nella seguente fonte:

fonte 3:
http://it.wikipedia.org/wiki/Presidente_della_Repubblica_Italiana
##2.cit on

Le attribuzioni presidenziali[modifica | modifica sorgente]

La Costituzione oltre a riconoscere alla carica la funzione di rappresentanza dell’unità del Paese con tutte le prerogative tipiche del capo di Stato a livello di diritto internazionale, pone il presidente al vertice della tradizionale tripartizione dei poteri dello Stato. Espressamente previsti sono i poteri di:

  1. in relazione alla rappresentanza esterna:
    • accreditare e ricevere funzionari diplomatici (art.87 Cost.);
    • ratificare i trattati internazionali sulle materie dell’art.80, previa autorizzazione delle Camere (art.87);
    • dichiarare lo stato di guerra, deliberato dalle Camere (art.87);
  2. in relazione all’esercizio delle funzioni parlamentari:
    • nominare fino a cinque senatori a vita (art.59);
    • inviare messaggi alle Camere (art.87);
    • convocarle in via straordinaria (art.62);
    • scioglierle salvo che negli ultimi sei mesi di mandato. Lo scioglimento può avvenire in ogni caso se il semestre bianco coincide in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi di legislatura (art.88);
    • indire le elezioni e fissare la prima riunione delle nuove Camere (art.87);
  3. in relazione alla funzione legislativa e normativa:
    • autorizzare la presentazione in Parlamento dei disegni di legge governativi (art.87);
    • promulgare le leggi approvate in Parlamento entro un mese, salvo termine inferiore su richiesta della maggioranza assoluta delle Camere (art.73);
    • rinviare alle Camere con messaggio motivato le leggi non promulgate e chiederne una nuova deliberazione (potere non più esercitabile se le Camere approvano nuovamente) (art.74);
    • emanare i decreti-legge, i decreti legislativi e i regolamenti adottati dal governo (art.87);
    • indire i referendum (art.87) e nei casi opportuni, al termine della votazione, dichiarare l’abrogazione della legge a esso sottoposta[3];
  4. in relazione alla funzione esecutiva e di indirizzo politico:
    • nominare il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri (art.92). Secondo la prassi costituzionale, la nomina avviene in seguito ad opportune consultazioni con i presidenti delle Camere, i capi dei gruppi parlamentari, gli ex presidenti della Repubblica e le delegazioni politiche;
    • accogliere il giuramento del governo e le eventuali dimissioni (art.93);
    • nominare alcuni funzionari statali di alto grado (art.87);
    • presiedere il Consiglio supremo di difesa e detenere il comando delle forze armate italiane (art.87);
    • decretare lo scioglimento di consigli regionali e la rimozione di presidenti di regione (art.126);
    • decretare lo scioglimento delle Camere o anche una sola di esse (art.88);

in relazione all’esercizio della giurisdizione:

Conferisce inoltre le onorificenze della Repubblica Italiana tramite decreto presidenziale (art. 87).

La controfirma degli atti presidenziali[modifica | modifica sorgente]

La Costituzione (art. 89) prevede che ogni atto presidenziale per essere valido debba esserecontrofirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità, e richiede la controfirma anche del presidente del Consiglio dei ministri per ogni atto che ha valore legislativo o nei casi in cui ciò viene previsto dalla legge (come avviene per esempio per la nomina dei giudici costituzionali, dei senatori a vita o per i messaggi alle Camere).

Come stabilisce l’art. 90 della Costituzione, il presidente non è responsabile per gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne per alto tradimento o per attentato alla Costituzione, per cui può essere messo sotto accusa dal Parlamento. L’assenza di responsabilità, principio che discende dall’irresponsabilità regia nata con le monarchie costituzionali (nota sotto la formula: The King can do no wrong, “il Re non può sbagliare”), gli consente di poter adempiere alle sue funzioni di garante delle istituzioni stando al di sopra delle parti. La controfirma del ministro evita che si crei una situazione in cui un potere non sia soggetto a responsabilità: il ministro che partecipa firmando all’atto del presidente potrebbe essere chiamato a risponderne davanti al Parlamento o davanti ai giudici se l’atto costituisce un illecito.

La controfirma assume diversi significati a seconda che l’atto del presidente della Repubblica sia sostanzialmente presidenziale (ovvero derivi dai “poteri propri” del presidente e non necessitano della “proposta” di un ministro) oppure sostanzialmente governativi (come si verifica nella maggior parte dei casi). Nel primo caso la firma del ministro accerta la regolarità formale della decisione del capo dello Stato e quella del presidente ha valore decisionale, nel secondo quella del presidente accerta la legittimità dell’atto e quella del ministro ha valore decisionale.

Questioni in dottrina nascono in merito alla distinzione tra atti sostanzialmente presidenziali e atti formalmente presidenziali.

Un vero e proprio conflitto si è creato in merito alla titolarità del potere di grazia e al ruolo del ministro della Giustizia, tra l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e l’ex guardasigilli Castelli: la Corte costituzionale nel maggio 2006 ha stabilito che il potere di concedere la grazia è prerogativa presidenziale e che il ministro della Giustizia è tenuto a controfirmare il decreto di concessione, pur mantenendo questi un controllo sul requisito delle “ragioni umanitarie” per la concessione della grazia.

Gli unici “atti” che il presidente può compiere senza l’obbligo di controfirma sono quelli che il presidente compie nell’esercizio delle sue funzioni di presidenza del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura) e del CSD (Cosiglio Supremo di Difesa), le dichiarazioni informali (o esternazioni),lo scioglimento delle Camere e dare proprie dimissioni (queste ultime in realtà sono controfirmate dal segretario generale del presidente della Repubblica).

Nella prassi ogni presidente ha interpretato in modo diverso il proprio ruolo e la propria sfera di influenza, con maggiore o minore attivismo; in generale la potenziale rilevanza delle prerogative a essi conferite è emersa soprattutto nei momenti di crisi dei partiti e delle maggioranze di governo, rimanendo più in ombra nelle fasi di stabilità politica.

In stretta connessione con quest’approccio “interventista” è emersa anche la critica, inusitata in passato, alla natura super partes del Capo dello Stato, negata da chi vi ha visto comunque l’espressione di un’esperienza politica riconosciuta (e premiata) dalla maggioranza che l’ha votato. A tale critica ha risposto il presidente Giorgio Napolitano, affermando anzitutto che “quella del Capo dello Stato ‘potere neutro’, al di sopra delle parti, fuori della mischia politica, non è una finzione, è la garanzia di moderazione e di unità nazionale posta consapevolmente nella nostra Costituzione come in altre dell’Occidente democratico”. Ciò non va confuso con l’estrazione politica di provenienza, come ha precisato lo stesso Napolitano: “Tutti i miei predecessori – a cominciare, nel primo settennato, da Luigi Einaudi – avevano ciascuno la propria storia politica: sapevano, venendo eletti Capo dello Stato, di doverla e poterla non nascondere, ma trascendere. Così come ci sono stati presidenti della Repubblica eletti in Parlamento da una maggioranza che coincideva con quella di governo, talvolta ristretta o ristrettissima, o da una maggioranza eterogenea, e contingente. Ma nessuno di loro se ne è fatto condizionare”[4].

Mandato presidenziale[modifica | modifica sorgente]

Oltre che alla naturale scadenza di sette anni, il mandato può essere interrotto per:

  • dimissioni volontarie;
  • morte;
  • impedimento permanente, dovuto a gravi malattie;
  • destituzione, nel caso di giudizio di colpevolezza sulla messa in stato d’accusa per reati di alto tradimento e attentato alla Costituzione;
  • decadenza, per il venir meno di uno dei requisiti di eleggibilità.

I poteri del presidente sono prorogati nel caso le camere siano sciolte o manchino meno di tre mesi al loro scioglimento; vengono prorogati fino all’elezione che dovrà aver luogo entro quindici giorni dall’insediamento delle nuove Camere[1].

Responsabilità

Al fine di garantire la sua autonomia e libertà, è riconosciuta al presidente della Repubblica la non-responsabilità per qualsiasi atto compiuto nell’esercizio delle sue funzioni. Le uniche eccezioni a questo principio si configurano nel caso che abbia commesso due reati esplicitamente stabiliti dalla Costituzione: l’alto tradimento (cioè l’intesa con Stati esteri) o l’attentato alla Costituzione (cioè una violazione delle norme costituzionali tale da stravolgere i caratteri essenziali dell’ordinamento al fine di sovvertirlo con metodi non consentiti dalla Costituzione).

In tali casi il presidente viene messo in stato di accusa dal Parlamento riunito in seduta comune con deliberazione adottata a maggioranza assoluta, su relazione di un Comitato formato dai componenti della Giunta del Senato e da quelli della Camera competenti per le autorizzazioni a procedere. Una volta deliberata la messa in stato d’accusa, la Corte Costituzionale (integrata da 16 membri esterni) ha la facoltà di sospenderlo in via cautelare.

Nella storia repubblicana si è giunti in soli due casi alla richiesta di messa in stato d’accusa, nel dicembre 1991 contro il presidente Cossiga e nel gennaio 2014 contro il presidente Napolitano; entrambi i casi si sono chiusi con la dichiarazione di manifesta infondatezza delle accuse da parte del Comitato Parlamentare.[5] Per quanto riguarda Cossiga, tale dichiarazione giunse quando il settennato si era già concluso. Per i reati commessi al di fuori dello svolgimento delle sue funzioni istituzionali il presidente è responsabile come qualsiasi cittadino. In concreto, però, una parte della dottrina ritiene esista improcedibilità in ambito penale nei confronti del presidente durante il suo mandato; nel caso del presidente Oscar Luigi Scalfaro (sotto accusa per peculato), di fronte al suo rifiuto di dimettersi e alla mancanza di iniziative da parte del parlamento, il processo fu dichiarato improcedibile.

Il Capo dello Stato può dar vita a illeciti compiuti al di fuori dell’esercizio delle sue funzioni, e in questi casi varrà l’ordinaria responsabilità giuridica. In particolare, se è difficile immaginare un vero e proprio illecito amministrativo (coincidente con un reato funzionale), non si può invece escludere che il presidente sia chiamato, sul piano civile, a risarcire un danno, per esempio per un incidente stradale.

Secondo parte della dottrina, non sarebbe accettabile la tesi (rigettata a suo tempo in Assemblea Costituente da Umberto Elia Terracini) che egli risponda di eventuali comportamenti criminosi solo alla fine del settennato: si dimetta o meno, egli deve rispondere subito per i reati di cui è accusato, pena l’ammissione di un privilegio che romperebbe con gli artt. 3 e 112 della Costituzione.


Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 112

Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale.

Altra autorevole dottrina è favorevole al giudizio alla fine del settennato (sempre che nel frattempo non siano decorsi i termini di prescrizione), non escludendo le dimissioni del Capo dello Stato, sia pur solo qualora il reato commesso sia particolarmente grave.

Si è cercato di porre riparo a questa incertezza con il cosiddetto “lodo Schifani“, disponendo che i presidenti della Repubblica, del Consiglio, della Camera, del Senato e della Corte costituzionale non possano essere sottoposti a procedimenti penali per qualsiasi reato anche riguardante fatti antecedenti l’assunzione della carica o della funzione fino alla cessazione delle medesime. Ne discendeva la sospensione dei relativi processi penali in corso in ogni fase, stato o grado. Legge, la 140 del 2003, che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima, almeno in questa parte, per violazione degli articoli 3 e 24 della Costituzione. Un provvedimento simile, con alcune correzioni dovute ai rilievi della Corte costituzionale, denominato “Lodo Alfano“, è stato proposto e approvato durante la XVI Legislatura, ma anch’esso dichiarato illegittimo per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione.[6]

Art. 24

Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.

La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.

Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.

La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.

##2.cit off

Bene, oggi 19 marzo 2014, si riunisce il “Consiglio Supremo di Difesa” i cui compiti sono i seguenti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Consiglio_supremo_di_difesa

###3.cit on

Il CSD esamina i problemi generali relativi alla difesa nazionale, sulla base delle direttive generali determinate dal Governo e dal Parlamento; da questa analisi scaturiscono delle direttive vincolanti per il Presidente della Repubblica, il Consiglio dei ministri (e di conseguenza i singoli ministeri) e il comandante delle forze armate, secondo le diverse aree di competenza.

Le sue funzioni sono in gran parte delineate in negativo, cioè perché la maggior parte dei compiti concretamente decisionali, rientranti nella generale dizione della L. n. 624/50, rientrano in realtà nelle competenze di altri organi. In particolar modo l’indirizzo politico in materia di politica estera e militare spetta alGoverno, e la determinazione dei piani strategici e di difesa dei confini sono di competenza del Capo di stato maggiore. Di conseguenza il CSD si limita a svolgere attività consultive e istruttorie per le decisioni del Consiglio dei ministri, al pari di un Comitato interministeriale, fenomeno con il quale è molto affine.

Storia e prassi[modifica | modifica sorgente]

I costituenti italiani del ’47 – memori dell’esperienza delle Commissioni supreme di difesa della tradizione statutaria e traendo spunto dal Conseil supérieur de la défense nationale previsto dalla costituzione della IV repubblica francese – contemplarono, tra le molteplici attribuzioni del capo dello Stato, la presidenza del Consiglio supremo di difesa (art. 87.9). Niente però fu specificato su ordinamento e competenze del nuovo organo, lasciando carta bianca al legislatore. Il Csd fu istituto nel 1950 (legge n. 624) sotto l’incalzare della guerra di Corea e il timore di un’estensione del conflitto all’Europa, e ne entrarono a far parte i massimi responsabili, politici e tecnici, della sicurezza nazionale: il capo dello Stato, il presidente del Consiglio, il ministro della difesa, il capo di Stato maggiore della difesa, nonché i ministri di interno, esteri, tesoro e industria e commercio. Neanche la legge istitutiva brillò per completezza e chiarezza, lasciando un alone di ambiguità su molte importante questioni, compresa la stessa natura giuridica dell’organo e la sua collocazione nel sistema costituzionale. Disposizioni (costituzionali e legislative) sottili e suscettibili di molteplici interpretazioni – seguite da una normativa secondaria parziale e informale (regolamento interno del 1951) o tardiva e contraddittoria (d.p.r. 251/1990) – hanno, così, reso possibile che ordinamento interno e competenze del Csd si modellassero prevalentemente in via di fatto. Tuttavia, la mutevolezza – sin dai primi anni della Repubblica e ancor oggi persistente – dei rapporti di forza tra i poteri dello Stato (in particolare tra capo dello Stato e Governo e tra presidente del Consiglio e ministri), sommata alla mancanza di pubblicità dei meccanismi di funzionamento e dell’attività svolta dal Csd, hanno impedito che la prassi inerente al Csd si consolidasse in convenzioni costituzionali significative e durature, ovvero capaci di sopravvivere ai capi di Stato e agli uomini di governo che le avevano di volta in volta instaurate. In occasione dell’approvazione della legge istitutiva, Einaudi, De Gasperi e Pacciardi si accordarono su ruolo e natura del Csd, lasciandone testimonianza nel preambolo del regolamento del ’51. Ma la convenzione costituzionale raggiunta non durò molto e il Csd che emerse nell’ultimo scorcio della II legislatura, sotto la presidenza Gronchi, era tutt’altro da quello dei primi anni ’50. Il Csd si presenta così come un “organo camaleontico”, la cui natura si modella ai vari contesti politici e istituzionali che contrassegno la Repubblica: da organo collegiale con specifiche competenze a mera sede di confronto tra capo dello Stato e Governo priva di autonoma soggettività; da organo partecipe dell’indirizzo politico a organo con funzioni amministrative; da organo con poteri istruttori e consultivi a organo capace di determinare le più importanti questioni di sicurezza nazionale e imporle al Governo tramite l’adozione di direttive politiche vincolanti. I primi sessant’anni di attività del Csd sono stati avvolti da un impenetrabile alone di mistero, facendone l’organo meno conosciuto della Repubblica. Un recente volume (Riccardo Bellandi, Il consiglio supremo di difesa. Storia, organizzazione, attività, Il Mulino, Bologna, 2011), per la prima volta, ne propone un quadro completo della storia, dell’organizzazione interna, del ruolo effettivamente rivestito nella definizione della politica di sicurezza nazionale. La ricerca si basa in gran parte sulla documentazione d’archivio del Quirinale: i comunicati stampa, il diario storico e, soprattutto, i verbali integrali delle sedute relativi alle presidenze Einaudi, Gronchi, Segni, Saragat, Leone e Pertini.

###3.cit off

Come mai il Presidente della Repubblica afferma che non è potestà del PARLAMENTO della Repubblica d’Italia potere influire sulla decisione di acquistare o meno gli aerei caccia e per bombardamento F35, che hanno peraltro mostrato molti problemi nell’assolvere alle caratteristiche che giustifichino le cifre economiche stanziate per la “difesa”, laddove difesa dovrebbe significare che lo scopo dovrebbe essere sul nostro territorio nazionale e non per missioni all’estero?

Fonte (questione delle competenze del CSD secondo la Presidenza Napolitano):

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/14/f35-napolitano-prepara-il-colpo-di-mano-per-mettere-il-bavaglio-al-parlamento/913475/
####4.cit on


F35, Napolitano interviene per bloccare il diritto di scelta del Parlamento

Il capo dello Stato ha inserito tra i punti all’ordine del giorno del prossimo Consiglio supremo di difesa le “criticità relative all’attuazione della Legge 244”, che assicura ai parlamentari il potere di controllo sulle spese militari. Oltre al danno arriverebbe la beffa: maxi penale in arrivo se non si rinuncerà ai cacciabombardieri Usa

Giorgio Napolitano prepara un nuovo colpo di mano a difesa degli F35, rischiando di scatenare un grave scontro istituzionale con il Parlamento. Dopo le insistenti voci circolate nei giorni scorsi sul possibile taglio all’acquisito dei cacciabombardieri americani per recuperare risorse finanziarie da destinare al “Piano Renzi” (voci che hanno fatto molto innervosire i nostri generali e gli americani), il presidente della Repubblica ha convocato per mercoledì prossimo il Consiglio supremo di difesa mettendo all’ordine del giorno le “criticità relative all’attuazione della Legge 244″. Tradotto: non è il caso che il Parlamento, come previsto da quella legge approvata nel 2012, abbia potere di controllo sulle spese della Difesa.

Questo diktat presidenziale era già calato lo scorso luglio, all’indomani dell’approvazione dellemozioni parlamentari che, proprio in virtù dell’articolo 4 della legge 244, istituivano un’indagine conoscitiva sulle spese militari in generale e sugli F35 in particolare. Allora i parlamentari reagirono con fermezza, in particolare il capogruppo Pd in commissione Difesa, Giampiero Scanu, che parlò di un intervento fuori luogo, non essendo competenza del Consiglio supremo di difesa sollevare obiezioni su una legge del Parlamento, controfirmata tra l’altro dal presidente della Repubblica.

Stavolta si profila un vero e proprio scontro istituzionale, poiché l’indagine conoscitiva della commissione parlamentare è in fase conclusiva e sulla scrivania di Matteo Renzi c’è già la relazione finale targata Pd che chiede il dimezzamento del programma F35 a vantaggio del programma alternativo Eurofighter. Proprio ieri, mentre Napolitano preparava la sua mossa, il ministro della Difesa Roberta Pinotti, pur non citando gli F35, dichiarava alla stampa che “il governo è pronto a rivedere, ridurre o ripensare anche grandi progetti avviati o ipotizzati, qualora mutati scenari internazionali o economici lo indicheranno come opportuno, nel rispetto del ruolo del Parlamento e delle sue prerogative, così come previsto anche nella stessa legge delega 244″. Tra pochi giorni si capirà se sarà così.

Se Napolitano e Renzi sceglieranno di cedere al pressing di Washington e dei nostri generali decidendo di confermare l’intero programma F35, la loro scelta rischia tra l’altro di costarci ancor più cara del previsto poiché la conseguente cancellazione definitiva della Tranche 3B di Eurofighter (25 aerei per circa due miliardi) comporterebbe il pagamento di una salatissima penale, come dimostra il caso tedesco (richiesto quasi un miliardo di penale su un ordine annullato di tre miliardi) e come confermano fonti industriali.

Se invece l’Italia scegliesse di puntare ancora sugli Eurofighter, che tutti gli esperti considerano nettamente superiori agli F35 (e con ricadute tecnologiche e occupazionali nemmeno paragonabili), il numero di questi nuovi aerei multi-ruolo in dotazione all’Aeronautica salirebbe a 93: con i sei F35 che la Difesa ha ormai già acquistato in modo irreversibile, si avrebbe una flotta aerea più che sufficiente a rimpiazzare il centinaio di Tornado e Amx che andranno in pensione a metà del prossimo decennio, senza dover spendere altre decine di miliardi in F35. Rimarrebbe aperta solo la questione dei quindici F35 a decollo verticale destinati alla Marina in sostituzione degli Harrier imbarcati sulla portaerei Cavour: quella che in cinque anni di servizio è stata usata solo per due missioni “commercial-umanitarie” sponsorizzate da privati perché la Difesa non ha i soldi per pagare il gasolio. Il primo capitolo del Libro Bianco della Difesa di cui tanto si parla dovrebbe intitolarsi “Spese inutili che non ci possiamo permettere”.

####4.cit off

 

AGGIORNAMENTO: 19 marzo 2014, ore 19:30

Difesa, indagine conoscitiva demolisce gli F35. Il Pd: “No all’acquisto”

http://www.repubblica.it/politica/2014/03/19/news/difesa_pd_ridimensionare_programma_f35
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