Realtà INCONOSCIBILE? [studio delle relazioni tra fisica & metafisica]

Realtà INCONOSCIBILE?

Realtà INCONOSCIBILE?

Ritengo importante l’esercizio dello studio della filosofia, della fisica, della metafisica, poiché consentono la capacità dell’intelligere, della estrapolazione, e molto altro che sa chi le sperimenta.

Quindi Vi offro alcuni (miei) interventi (nick name: Lino Cibernetico nel seguito) di un 3d completo che è su it.filosofia.moderato dei ngs di discussione, buona lettura ..

From: Lino Cibernetico <parmenidea@gmail.com>
Newsgroups: it.cultura.filosofia.moderato
Subject: Re: test ammissione Oxford
Date: Fri, 31 Jan 2014 19:17:45 +0100

Il 28/01/14 17:54, Massimo 456b ha scritto:
> come si fa a sapere se 1+1=2
> è vero se i numeri sono una
> invenzione dell’uomo?
>
> ciao
> Massimo

I numeri sono “enti matematici astratti che generano, se applicati come operatori astratti, una classe di equivalenza”

Ad esempio se in una stanza ho banane, pere, mele, etc ..

applicando il numero 3 ottengo che nel cappello avrò 3 banane, 3 pere, 3 mele, etc.

Tutto ciò sul piano astratto in metodo ideale.

Mentre nella realtà non avrò mai due banane identiche, o un oggetto esattamente uguale al campione di riferimento. Quindi la classe di equivalenza è una approssimazione di cui -ad esempio- si contratta la classe di precisione del manufatto, entro una variazione max consentita, oltre la quale il contratto non si considera assolto.

Saluti, felicità

Il 01/02/14 17:38, Omega ha scritto:

tesi n1:

> Non direi un’approssimazione (come non lo sono i sistemi isolati di cui
> si è discusso sul gruppo di fisica), ma un’astrazione.

tesi n2:

> Circa l’osservazione di Massimo, i numeri non sono un’invenzione
> dell’uomo, ma una scoperta dell’uomo, essendo i numeri – come cognizione
> – patrimonio di tutte le specie. L’uomo ne ha preso coscienza e, come
> sua abitudine, ha estrapolato ecc. ecc., con tutte le conseguenze che
> conosciamo (tipo il lotto e il famoso “dare i numeri”, anche se in
> futuro sarà più politicamente corretto dire “dare le classi di
> equivalenza” :))
>
> Un saluto

Lino Cibernetico:

In che senso sono simultaneamente -i numeri- sia una astrazione (tesi n1) ma anche una scoperta? (tesi n. 2) .. se scopro qualcosa non la scopro nel reale?

Se è una astrazione non siamo nel campo della metafisica?

Come il numero possa essere sia nella fisica che nella metafisica se non separando l’astrazione da ciò che è quantificato astrattamente dal reale?

In matematica c’è una letteratura sullo studio “spazi astratti”.

Io sono della idea che lo spazio astratto -che emula il reale grazie ad un modello- sia appunto una astrazione. Chi mi da una foto .. mi dice che è la persona in un processo di semplificazione che mi aiuta a riconoscere il reale (ad esempio la persona) .. ma -la foto- non è il reale se non come associazione figura percepita in due dimensioni di una realtà che è in tre (ad esempio).

L’aspetto più interessante -a mio avviso- è il fatto che se è vero che il modello e l’idea ci aiuta a intelligere e quindi dominare il reale, non possiamo adagiarci sul concetto che conoscendo l’idea conosciamo esattamente il reale. Il reale -dal modello- lo scopriamo solo indirettamente, poiché ci accontentiamo di approssimarlo e conseguentemente non lo scopriamo ma lo modellicizziamo in un processo che attiene alla capacità astrattiva della mente umana che non trova altri paragoni nelle specie viventi note agli umani, e quindi con una proprietà (la capacità di astrazione) che non discende dal reale in generale, ma dalla capacità -a mio avviso (magari mi sbaglio, mi dirà chi vorrà intervenire)- di alzarsi dalla res e arrivare all’idea, e persino all’eureka! .. ossia a ciò che non esiste ancora nel reale e solo nella nostra monete e magari poi dopo essere stata inventata -l’idea- anche nel reale.

Il caso classico è la ruota.

Si può dire che il rotolare dei tronchi degli alberi abbia potuto suggerire la invenzione della ruota.

C’è del vero nel processo di trarre spunto dal reale per portare negli spazi astratti.

Ma è un processo e non è stata reperita nessuna ruota nel reale prima che qualcuno la inventasse e poi dall’idea la realizzasse fisicamente.

Infine nell’opera di quantificazione si da -concordo- una tipicizzazione della tipologia degli enti e non solo con un nome “banana”.

Ad esempio nell’ordinare infissi di alluminio non basta dire infissi di alluminio .. ma se ne deve indicare non solo le caratteristiche e -una volta scelta la marca- anche la sigla del modello, e il colore, e ogni accessorio.

Peraltro che il numero -come operatore matematico astratto- generi una classe di equivalenza della collezione di enti caratterizzati da quel processo di proiezione in uno spazio astratto conseguente alla applicazione dell’operatore numerico ne ho ampie conferme poiché dopo un esame alla sezione di automatica (calcolatori elettronici) andai a chiedere conferme di questa mia interpretazione a uno dei luminari della facoltà il professor Alessandro Ossicini, autore per gli amanti della materia di numerose opere tra cui di Ghizzetti Ossicini “Trasfprmate di Laplace e Calcolo Simbolico” della UTET.

Vi racconto come andò:

La estraggo per gli amanti del tema (a me caro) dal mio blog quando la trattai a proposito di spiegare cosa sia il denaro (che è un ente esoterico, prima di essere una entità fisica) e quindi la capacità di astrazione ci aiuta nella nostra ricerca della indagine di cosa sia la capacità astrazione e l’eureka!

++
cit on
++
tema:il denaro

Definizione accademica del denaro e introduzione alle grammatiche formali

pag 15 cit (La Moneta di Andrea Terzi ed. Il Mulino)
def.1: “la moneta è l’unità di misura del valore dei contratti“.

Mi ricorda questa tiritera la domanda che sentii all’esame di Calcolatori Elettronici presso la facoltà di Automatica (ingegneria).

La domanda era così formulata:

D:
Cosa è un numero?

E il candidato a superare l’esame continuava a esprimere un modo o una rappresentazione ma il professore continuava a dirsi insoddisfatto.

Ve la faccio breve: alla fine dell’esame il candidato chiese dopo avere fatto scrivere il voto con cui superava l’esame .. “professore .. ma quale era la risposta giusta?”

Ed il prof: “il numero è una classe di equivalenza”.

Io che assistevo all’esame e che avevo studiato anche esami fuori dal mio piano di studi come gli esami di “logica formale” non rimasi soddisfatto dalla risposta del professore (era l’assistente in vero) e andai a parlare con la massima autorità presso l’università in campo matematico e mio professore di analisi III (detta complementi di Analisi Matematica) il mitico professor Ossicini (mitico perché si mise a verificare se la mia soluzione del compito di esame scritta in forma parametrica poi dava il numero della soluzione che diceva lui e mi fece i complimenti perché effettivamente avevo trovato un caso generale della soluzione di un integrale).

Gli chiesi .. professore a me non risulta che un numero sia una classe di equivalenza, dove dicesi classe di equivalenza un insieme i cui elementi sono costituiti da una regola detta di equivalenza.

A me risulta che un numero “non è una classe ma la genera”: a me risulta che un numero è un ente matematico astratto in grado, quando è un numero, di generare una classe di equivalenza, ma non di esserlo l’ente stesso, perché il numero agisce come un operatore e non è il risultato della applicazione dell’operazione, ma casomai il risultato è una rappresentazione numerica della applicazione di quell’operatore.

Fu breve il mio caro professore Ossicini: non c’è niente da aggiungere .. hai ragione tu.

Perché questo amarcord?

Perché nella definizione di denaro c’è un errore grosso come una casa: il denaro non è una unità di misura, ma un ente in grado di generare una rappresentazione, una reificazione, laddove vi sia una regola tramite cui è istituito.

Ossia un qualunque concetto primo -essendo primo- non può essere definito da altri concetti più primitivi essendo il concetto primitivo per ipotesi.

In tale caso per evitare le definizioni ricorsive ossia che utilizzano il concetto stesso per definire ciò che dovrebbe prescindere dal concetto stesso, si usa una epistematica.

Dicesi epistematica una tecnica di epistemologia, ossia una tecnica cognitiva, che si estrinseca tramite una procedura.

Quindi

1) si da un nome all’ente

2) si connota l’ente tramite il come l’ente agisce.

Usiamo l’epistematica per definire -ad esempio- l’operatore di somma

1) si da un nome all’ente: “+”
(ma potremmo usare anche un diverso simbolo perché non è essenziale il nome ma come quel nome o simbolo agisce)

2) si connota l’ente tramite il come l’ente agisce, ad esempio:
(in ipotesi di due soli simboli, 0 e 1, quindi in logica binaria)

00+00=000
00+01=001
00+10=010
00+11=011
01+00=001
01+01=010
01+10=011
01+11=100
10+00=010
10+01=011
10+10=100
10+11=101
11+00=011
11+01=100
11+10=101
11+11=110

Quindi si distingue l’operatore di addizione (+) dal come l’addizione si esplica quando l’operatore è applicato.

Analogamente per il denaro

1) si connota l’ente: ad esempio D (come denaro)

2) si connota l’ente tramite il come l’ente agisce.

pg. 15:
def. 2: “è il mezzo D che estingue il debito” vedi la dispensa indicata da Paolo Tumolo

Ossia Sergio deve dare un bene a Giorgio, ad esempio una mucca.

Sergio chiede a Giorgio se al posto della mucca gli può dare un supporto che indichi il valore della mucca tanto che sia convenuto come multiplo di una unità di riferimento presa a campione.

D estingue il debito non ineluttabilmente ma perché esiste un contratto non solo tra Sergio e Giorgio, ma perché esiste una autorità in grado di fare rispettare quel contratto, poiché Giorgio non spenderà quel D in qualunque situazione, ma solo se ci sarà chi accetterà D (grazie ad un terzo, una terza persona) quindi grazie alla autorità che dice che D è il supporto valido agli scambi rispetto a una unità presa a riferimento.

Ergo il denaro è una cosa che non si esaurisce né nella def. 1, e né nella def. 2, ma nel complesso della def. 1 e della def. 2 con la epistematica sopra sottointesa (di tipo “regola” in matematica o “contratto” in economia).

cvd.
++
cit off
++

Tutto ciò perché penso che il livello di chi posta nel ng attuale sia di livello prestigioso e atto a trattare il tema serenamente e facendo veramente filosofia non come questione personale ma per amore di sofia in cui il mio max bene è sempre imparare mettendo in piazza ciò che risulta ( o risultava prima di essere corretto) a me ..

Grazie del tema ..

> Massimo 456b <mgx654a@libero.it> ha scritto:

>> Secondo te c’è una risposta
>> migliore di 2 alla domanda
>> quanto fa 1+1?

Il 03/02/14 19:40, Marco V. ha scritto:

> La tua domanda non è assurda, già solo se dobbiamo escludere che “1+1=2” sia
> una proposizione analitica a priori. Sembrerebbe ovviamente che ci siano
> infinite risposte possibili – tante quante sono le infinite terne delle
> possibili interpretazioni dei tre segni di cui si compone “1+1”. Eh, ma
> questa infinità di interpretazioni non è che quella, aritmetica, del
> numerabile…E allora, la…domanda migliore per capire se 1+1=2 sia o meno
> la risposta migliore, è: “1+1=n” con n differente da 2, non ricostruisce
> pari pari l’aritmetica come la imparano i bambini alle elementari? Se le
> cose stanno così, allora la *potenza* dell’aritmetica sembra essere stata
> catturata più da Dedekind e le sue “catene” che da Peano.
>
> Un saluto (e mille grazie per i tuoi stimolanti quesiti),
>
> Marco

Lino Cibernetico:

Mi vorrei cimentare anche io a questa nuova domanda, che riformulo in esplicito:

Su quali basi si dovrebbe poggiare il concetto di dimostrazione?

Come è noto la matematica del 900 culminò con prestigiosi studi che davano verità assolute e non (apparentemente) migliorabili (cito per tutte la teoria di Maxwell dei campi):

Mi sto riferendo quindi al concetto che la matematica (prima dell’avvento della teoria quantistica) si basava sul calcolo infinitesimale e -quindi- con errore zero nel modello sulle soluzioni interne al modello, e tra il modello e la misura che se ne poteva confermare nella praxis.

Tale euforia portò a far chiedere a Popper all’eminente Einstein (*)
“Caro professore (**) esiste un ‘caso super puro’, ossia di precisione non ulteriormente migliorabile?” .. “Perché se tale caso esiste nel gap tra modello e reale, allora, mi serve per mettere alla prova la mia teoria di come agisce la modellistica nella scienza e in particolare mettere alla prova il metodo della corroborazione che io propongo”

(*)(che aveva già scritto la teoria della relatività, e cosa anche oggi incomprensibile ai più il concetto di relatività della stessa misurabilità del max degli enti (come conoscibilità): il tempo).

(**)
(diceva Popper ad Einstein nell’epistolario alla fine dell’opera di Popper “Logica della scoperta scientifica, il carattere autocorrettivo della scienza)

 
Ora, sebbene -come è noto- Einstein non fosse della scuola dei fisici quantistici che avrebbero introdotto il concetto di indeterminazione strutturale proprio a partire dalle ipotesi di Heisenberg, anche Einstein rispose: “non solo oggi non esiste un caso super puro, ma non esisterà neanche in futuro, potendosi ridurre l’errore di misura, ma non azzerare, per questioni che solo la matematica può essere infinitesimale, (con un epsilon piccolo a piacere sul piano teorico) ma non lo può -ipso facto- la fisica.
(***a)
(***b)

(***a)
(ed anche su ciò -l’affermazione di Einstein- ci sarebbero da opporre critiche poiché la teoria della misura non dipende solo dalla misura stessa, ma anche dalle ipotesi di come sia fatta la fisica. Perché se nelle fisica esistesse un quantum minimo risulta evidente che le rilevazioni inferiori al quantum minimo non sono rappresentabili anche se accadono. Come ad esempio gli stati di transizione nelle fenomenogenesi di emissione di un fotone assorbito ed espulso dalla materia, poiché non può accadere a tempo di intervallo zero, e però se la misura non mi fornisce rappresentazione perché il mezzo cognitivo minimo fosse il fotone, esso fotone, oltre che avere natura corpuscolare, perturberebbe le grandezze in esame.)

(***b)
(VICEVERSA: se il fotone minimo non esistesse se non per gli attuali vincoli tecnologici, e si osservasse, in futuro, che come non esiste il mattone fondamentale della materia (presupposto dagli atomistici greci), _non_esiste_ parimenti <<il mattone fondamentale della energia>> -allora- ne consegue che aumentando la risoluzione dello strumento di misura -> aumenta la precisione checché ne pensi Heisenberg, che aveva dei problemi psicologici di *odio alla misura* per il suo fallimento alla tesi che non conseguì, proprio su uno strumento di misura, la lode e quindi la cattedra a cui ambiva).

 

 
Da tutto questo antefatto discendono alcune conseguenze notevoli non note oggi se non a poche persone:

 

 

1) Che non esiste il modello ultimo, poiché qualsiasi modello descrive solo approssimativamente la realtà. E quindi non è possibile -come la chiama Einstein- una precisione “inammissibile”, ossia tanto da portare l’errore a zero, non certo nel modello, ma nel confronto tra ciò che dica un modello ed il reale (nella associata misura).

2) Nella misura, inoltre, il problema non è solo una inadeguatezza dello strumento di misura con la sua risoluzione, ma la natura quantica della materia/energia, che risolve <<il perché Achille raggiunge la tartaruga>>. Sarebbe invece impossibile farlo (di raggiungere una tartaruga) se un ente si muovesse verso un altro ente dovendo attraversare infiniti punti intermedi, che infatti non sono attraversati in modalità infinitesimale, ma quantica, sia come attuatori dell’energia, sia come grandezze implicate dagli attuatori: sia un robot e sia un umano non dispongono la diminuzione con epsilon piccolo a piacere del posizionamento dell’arto, ma solo per quanti minimi.

3) Ne sorge un paradosso da questo secondo antefatto: come si comporta la materia/energia se veramente fosse quantica?

In realtà la materia/energia non è esattamente quantica, ma la fisica quantistica è una approssimazione di ordine superiore alla teoria infinitesimale del 900.

4) Perché è una approssimazione?

Perché la fisica quantistica non tiene conto

i) degli stati di transizione, chiamiamoli “metastati” (ovvero dello status che non è uno solo, ma una infinità di stati, pure attraversati per estrinsecarsi la transizione tra un quantum ed il successivo, se ci esprimiamo con modello infinitesimale)

ii) che la transizione potrebbe -come io penso- non estrinsecasi come andamento infinitesimale, e quindi non accedente alla fenomenogenesi, (poiché avrebbe lo stesso problema di dovere attraversare infiniti punti intermedi tra un quantum ed il successivo), ma -VICEVERSA- con stati *semiquantici*, ossia rilevabili in ipotesi di disporre di metodi di indagine super fini, obbligando la materia/energia, tramite lo strumento di misura a “misurarsi” su come faccia a passare da un punto ad uno adiacente comunque piccolo fino al gap semiquantico disponibile.

Ne viene fuori, come forse si è capito, per chi stia seguendo: una potenza di indagine inammissibile a essere compresa se non nella estrapolazione che il reale è vero che è quantico, ma un quantum minimo non esiste(!) se non nelle nostre difficoltà di disporne e quindi dovere introdurre -PROVVISORIAMENTE- un errore funzionale alla conoscibilità del REALE.

Tale mia teoria “semiquantica della materia energia” -quindi- rifonda la logica di Aristotele in cui risulta evidente per le implicazioni strutturali sopra accennate che non è più vero che

A=A(#)

E quindi *non* sarà MAI

1+1=2

se non nel modello e MAI esattamente nella misura.

(#)
La dimostrazione breve della posizione A=/=A è facilmente affermabile verificando che il primo A, anche in ipotesi di essere identico al secondo A a destra dell’uguale (leggendo da sinistra a destra), ne è però dissimile per posizione topografica.

 

 

Allo scienziato ciò non risulta difficile da capire, ma risolta difficile da capire da chi pretende di potere manipolare verità assolute senza errore strutturale, innamorandosi che l’ultima teoria è quella definitiva, e che esista un quantum minimo per la materia ed energia avendo raggiunto l’eden di conoscibilità in cui non serva ancora cercare e quindi di una adorazione della verità assoluta e disponibile: “un giorno la scienza spigherà anche questo” soleva dire Margherita Hack, e in definitiva la inutilità della necessita della metafisica, e del significato del termine (@) che ciascuno ha quando pronuncia la max intelligenza che potrebbe esistere che non sia del singolo ma del tutto(@), che alcuni chiamano Dio(@), poiché le cose non succedono per caso, ma c’è una logica nella follia che si estrinseca nella incomprensibilità (apparente) di <<ciò che è>>(@).

(@)
Dio(t0)=/=Dio(t1)

da cui come caso particolare ne segue se (@) fosse vera:

A(t0)=/=A(t1)

E quindi di rifondare la logica che dimostri se una qualunque tesi si possa dire vera.

cvd.

Spero che si capisca la ironia del cvd finale..

la discussione su facebook sulla pagina “FISICA QUANTISTICA” in data 6 febbraio 2014 ore 13:37 prima che fosse cancellata dalla moderazione (consiglio di leggere la discussione perché è di estremo interesse per capire lo status della capacità di analisi di coloro che studiano fisica):

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